Accolta la domanda di risarcimento avanzata dai genitori di una minore deceduta in ospedale: inutile invocare la nozione di complicanza, che è priva di rilievo in campo giuridico

Minore deceduta in ospedale: l’azione dei genitori

I genitori di una minore deceduta in ospedale per arresto cardiaco avevano citato in giudizio le strutture sanitarie che avevano avuto in cura la figlia, al fine di ottenere il risarcimento di tutti i danni patiti a causa del tragico evento.

A sostegno della propria domanda i due ricorrenti avevano esposto che il 5.3.14, alle ore 2.00 circa, la loro figlia, colpita da intense crisi di carattere epilettico, era stata trasportata in Ospedale dove veniva formulata la diagnosi di “crisi tonico-cloniche”; ricoverata presso il reparto di neurologia dello stesso nosocomio, alle ore 9.55 veniva eseguito un prelievo dal quale emergeva una grave forma di ipoglicemia; tuttavia, la paziente rimaneva priva di cure e di interventi medici sino alle ore 18.00 dello stesso giorno. Sennonché, verificatosi un rapido peggioramento del quadro clinico, il giorno seguente, la loro congiunta veniva trasferita presso il reparto di rianimazione di un altro ospedale; alle ore 11.30 circa, i medici del reparto ritenevano necessaria l’applicazione di un impianto “PICC”, che veniva eseguita senza l’acquisizione del necessario consenso informato da parte dei genitori; una volta impiantato il PICC, si verificava un repentino peggioramento delle condizioni di salute della paziente, tant’è che dall’esame “Rx torace” risultava la presenza di “pneumotorace con associata atelectasia polmonare a dx”. Il personale medico ometteva di intervenire nell’immediatezza; si verificava un ulteriore peggioramento fino all’arresto cardiaco e alla morte.

Per i genitori della vittima, l’esito infausto era dipeso dalla responsabilità degli operatori delle due aziende ospedaliere citate in giudizio, cui chiedevano il risarcimento di tutti i danni patiti.

Il C.T.U. nominato in corso di causa, ricostruita analiticamente la storia clinica della paziente dal momento del ricovero presso l’ospedale al decesso, dopo avere escluso che l’ipoglicemia, per durata ed entità, avesse provocato danni obiettivabili e ritenuto che il processo infettivo in atto fosse stato adeguatamente trattato, era pervenuto alla conclusione, non contestata da parte convenuta, che l’esito infausto fosse ascrivibile alle conseguenze dello pneumotorace scatenatosi in seguito alla manovra eseguita per l’impianto del PICC.

In altre parole, per il CTU l’insorgenza dello pneumotorace non era stata “spontanea”, ma ascrivibile alla condotta medica; il PICC – si legge nella perizia – “è un presidio sanitario in silicone a punta aperta o chiusa e si definisce centrale perché, dopo inserimento all’altezza del braccio con l’ausilio di ecoguida, la punta viene posizionata in prossimità della giunzione tra vena cava superiore e ventricolo destro. Nonostante la relativa facilità di posizionamento con la tecnica ecoguidata, l’impianto non è privo di complicanze, tuttavia “bassissime per unanime esperienza statistica”.

La nozione di complicanza

Tanto premesso, l’adito Tribunale di Cosenza (Seconda Sezione, sentenza n. 1187/2018) ha affermato che “la nozione di complicanza – indicativa nella letteratura medica di un evento, insorto nel corso dell’iter terapeutico, astrattamente prevedibile ma non evitabile – è priva di rilievo in campo giuridico, nel cui ambito il peggioramento delle condizioni del paziente può solo ricondursi ad un fatto o prevedibile ed evitabile, e dunque ascrivibile a colpa del medico, ovvero non prevedibile o non evitabile, sì da integrare gli estremi della causa non imputabile”.

Ne consegue, sul piano della prova, che nel giudizio di responsabilità tra paziente e medico o quest’ultimo riesce a dimostrare di avere tenuto una condotta conforme alle leges artis, e allora egli va esente da responsabilità, a nulla rilevando che il danno patito dal paziente rientri o meno nella categoria delle “complicanze”, ovvero, all’opposto, quella prova non riesce a fornirla ed allora non gli gioverà la circostanza che l’evento di danno sia in astratto imprevedibile ed inevitabile, giacché quel che rileva è se era prevedibile ed evitabile nel caso concreto (Cass. 13328/15).

Nella specie, la prova della corretta esecuzione dell’impianto non era stata fornita.

Peraltro, come evidenziato dal consulente di parte, il procedimento non risultava neppure compiutamente descritto in cartella clinica.

Sul punto la giurisprudenza di legittimità ha, più volte, affermato che “nei casi in cui la ricostruzione delle modalità della condotta medica non possa giovarsi delle annotazioni contenute nella cartella clinica, a causa della lacunosa redazione della stessa, gli effetti negativi ricadono sul professionista o sulla struttura sanitaria”.

In particolare, le omissioni imputabili al medico nella redazione della cartella clinica rilevano sia come figura sintomatica di inesatto adempimento, per difetto di diligenza, in relazione alla previsione generale contenuta nell’art. 1176, co. 2, c.c., sia come nesso eziologico presunto, posto che l’imperfetta compilazione della stessa non può, in via di principio, risolversi in danno di colui che vanti un diritto in relazione alla prestazione sanitaria (cfr., tra le altre, Cass. 1538/10, 22639/16).

La responsabilità della struttura sanitaria

Dunque, accertato il nesso di causalità e ritenuto, in difetto di prova contraria, che lo pneumotorace che aveva provocato il decesso, fosse imputabile ad inesatta esecuzione della prestazione medica, il giudice calabrese ha dichiarato la responsabilità dell’azienda sanitaria per la morte della paziente.

Detto pregiudizio è stato ritenuto provato in via presuntiva e sulla base della comune esperienza in ragione dello strettissimo vincolo di parentela che legava gli attori alla vittima primaria, deceduta in ospedale.

Ciò che viene in rilievo, nei casi come quello in esame, è infatti la lesione dell’intangibilità della sfera degli affetti e della reciproca solidarietà nell’ambito familiare oltre all’inviolabilità della libera e piena esplicazione delle attività realizzatrici della persona umana in seno alla famiglia, quale formazione sociale costituzionalmente tutelata. Trattasi di un interesse avente rilevanza costituzionale, per la cui lesione il risarcimento rappresenta la forma minima ed imprescindibile di tutela. Il danno lamentato incide, infatti, sulla valenza del bene supremo della vita e si riflette sul rapporto che correva tra la vittima ed i prossimi congiunti (Cass. 19405/13).

Il risarcimento del danno ai genitori della minore deceduta in ospedale

A tal proposito, la Corte di Cassazione ha affermato che “in caso di perdita definitiva del rapporto parentale, ciascuno dei familiari superstiti ha diritto ad una liquidazione comprensiva di tutto il danno non patrimoniale subìto, in proporzione alla durata e intensità del vissuto, nonché alla composizione del restante nucleo familiare in grado di prestare assistenza morale e materiale, avuto riguardo all’età della vittima e a quella dei familiari danneggiati, alla personalità individuale di costoro, alla loro capacità di reazione e sopportazione del trauma e ad ogni altra circostanza del caso concreto, da allegare e provare, anche presuntivamente, secondo nozioni di comune esperienza, da parte di chi agisce in giudizio, spettando alla controparte la prova contraria di situazioni che compromettono l’unità, la continuità e l’intensità del rapporto familiare” (Cass. 9231/13).

In quest’ottica, il danno è stato liquidato, come richiesto dagli istanti, sulla base delle tabelle elaborate presso il Tribunale di Milano e calcolato nella somma di 300.000,00 ciascuno, oltre interessi.

Avv. Sabrina Caporale

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