Decesso a distanza di due mesi dell’automobilista vittima di sinistro stradale (Cassazione civile, sez. VI,  dep. 15/06/2022, n.19223).

Decesso a distanza di due mesi dell’automobilista coinvolto nel sinistro stradale causato da un veicolo non identificato.

Nello specifico, il danneggiato in conseguenza del sinistro stradale patì gravi lesioni personali, che ne provocarono la morte due mesi dopo.

Nel 2011 i congiunti della vittima, sul presupposto che il sinistro fosse stato causato da un veicolo non identificato, convenivano dinanzi al Tribunale di Avellino l’Assicurazione designata regionalmente dal Fondo di Garanzia per le Vittime della Strada, chiedendone la condanna al risarcimento dei danni patiti in conseguenza del decesso a distanza di due mesi dall’accadimento.

Il Tribunale di Avellino accoglieva parzialmente la domanda, attribuendo alla vittima un concorso di colpa del 50%, motivato col mancato rispetto del limite di velocità. Successivamente, la Corte d’Appello di Napoli, in parziale accoglimento del gravame, condannava l’Assicurazione designata al pagamento degli interessi di mora.

I Giudici d’Appello ritenevano corretta l’attribuzione del concorso di colpa in capo alla vittima, non ritenevano provato il dedotto danno psichico derivante dal decesso del congiunto, respingevano il ristoro delle spese funerarie e l’invocato danno per lucro cessante.

I familiari della vittima ricorrono in Cassazione lamentando che la Corte d’appello, nel ricostruire la dinamica del sinistro, avrebbe erroneamente dato credito a testimoni inattendibili, e svalutato per contro le deposizioni dei testimoni certamente attendibili.

La doglianza è inammissibile perché censura la valutazione delle prove.

Non è consentita in sede di legittimità una valutazione delle prove ulteriore e diversa rispetto a quella compiuta dal giudice di merito, a nulla rilevando che quelle prove potessero essere valutate anche in modo differente rispetto a quanto ritenuto dal giudice di merito.

Col secondo motivo i ricorrenti lamentano la violazione di tre norme costituzionali, di sei norme del codice di procedura civile e dell’art. 2697 c.c., oltre che – congiuntamente – un error in procedendo, la nullità della sentenza, la manifesta illogicità della motivazione e il vizio di omesso esame d’un fatto decisivo.

Il motivo è manifestamente inammissibile per più ragioni.

Non si comprende, nello specifico, quale sia la censura alla sentenza impugnata: e cioè l’avere omesso il compimento di atti istruttori indispensabili; oppure l’avere rigettato la domanda di risarcimento del danno patito dalla vittima primaria nell’intervallo tra le lesioni e la morte; od ancora avere rigettato la domanda di risarcimento del danno da “perdita del diritto alla vita”.

Un simile modo di esporre i motivi in un ricorso per cassazione, viene fermamente ribadito, è da considerarsi inammissibile.

In secondo luogo , è egualmente inammissibile  perchè la censura non riferisce in quali termini, e in quale fase processuale, la suddetta domanda venne prospettata in primo grado e coltivata in grado di appello: indicazioni necessarie a pena di inammissibilità, giusta la previsione di cui all’art. 366 c.p.c., n. 6.

IL ricorso viene dichiarato inammissibile con condanna alle spese.

Avv. Emanuela Foligno

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