In caso di mancata fruizione, da parte dell’utente, del servizio di depurazione, per fatto a lui non imputabile, è irragionevole, per mancanza della controprestazione, l’imposizione dell’obbligo del pagamento della quota riferita a detto servizio

La vicenda

Il Tribunale di Napoli aveva rigettato la domanda proposta da alcuni soggetti privati e da un condominio volta a conseguire la restituzione delle somme dagli stessi versate a titolo di corrispettivo per la depurazione acque, in relazione alla fornitura del servizio idrico.

A fondamento della propria domanda i ricorrenti avevano dedotto che l’impianto di depurazione fosse “obsoleto e notoriamente non funzionante”, come confermato dalla documentazione prodotta in giudizio; e che secondo quanto stabilito dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 335/2008 la quota della tariffa prevista per la depurazione delle acque non è dovuta se mancano gli impianti di depurazione o questi sono temporaneamente inattivi. In questo caso infatti l’obbligo di pagamento non è correlato ad alcuna controprestazione. Di qui la richiesta di ripetizione dell’indebito contro la società convenuta in giudizio e il Comune di Napoli.

La vicenda è giunta in Cassazione. Il Supremo Collegio, ha ribadito come in rapporto “alla tariffa di fognatura e di depurazione soggetta alla innovata disciplina (d.lgs. 18 agosto 2000, n. 258, art. 24) i Comuni non possono chiedere il pagamento dell’apposita tariffa ove non diano prova di essere forniti di impianti di depurazione delle acque reflue”.

La tariffa del servizio di depurazione

Invero, “la quota di tariffa riferita al servizio di depurazione è divenuta, appunto, una componente della complessiva tariffa del servizio idrico integrato, configurato come corrispettivo di una prestazione commerciale complessa che, per quanto determinata nel suo ammontare in base alla legge, trova fonte non in un atto autoritativo direttamente incidente sul patrimonio dell’utente, bensì del contratto di utenza. Sicché tenuto conto della declaratoria di incostituzionalità della legge 5 gennaio 1994, n. 36, art. 14, comma 1 – nella parte in cui prevedeva che la quota di tariffa riferita al servizio di depurazione fosse dovuta dagli utenti “anche nel caso in cui la fognatura sia sprovvista di impianti centralizzati di depurazione o questi siano temporaneamente inattivi (C. Cost. n. 335/08), è stato di recente affermato il principio di diritto secondo il quale, in caso di mancata fruizione, da parte dell’utente, del servizio di depurazione, per fatto a lui non imputabile, è irragionevole, per mancanza della controprestazione, l’imposizione dell’obbligo del pagamento della quota riferita a detto servizio” (Cass. Sezione Quinta, n. 9500/2018).

Ebbene, nel caso in esame, una volta ricostruita la pretesa fatta valere come derivante dall’inadempimento di una prestazione che ha fonte negoziale, e segnatamente nel contratto di utenza, il Supremo Collegio (Terza Sezione Civile, sentenza n. 11270/2020) ha affermato che il soggetto tenuto alla restituzione non può che individuarsi in quello che, in forza del predetto contratto, ha richiesto (e conseguito) il pagamento.

La pronuncia di legittimità

Difatti, – hanno aggiunto gli Ermellini – se è vero che “la quota di tariffa riferita al servizio di depurazione, in quanto componente della complessiva tariffa del servizio idrico integrato, ne ripete necessariamente la natura di corrispettivo contrattuale, il cui ammontare è inserito automaticamente nel contratto”, ne consegue che, ove il servizio di depurazione non sia stato fornito, ma quella quota di tariffa sia stata comunque versata, è nei confronti della controparte del contratto di utenza che la pretesa restitutoria va azionata, in quanto è alla “effettiva fruizione del servizio di depurazione” che, “per la rilevata natura sinallagmatica del rapporto”, risulta “condizionato l’accoglimento della pretesa di pagamento” (Cass. Sezione Terza, n. 14042/2013).

Inoltre, il Tribunale di Napoli aveva errato laddove nel riformare la decisione di primo grado aveva affermato che era onere degli utenti provare che l’impianto di depurazione fosse “inattivo”.

La decisione

Costituisce, infatti, principio generale quello secondo cui il creditore di una prestazione contrattuale – nella specie, l’utente del servizio idrico – “deve provare la fonte (negoziale o legale) del suo diritto ed il relativo termine di scadenza, limitandosi poi ad allegare la circostanza dell’inadempimento della controparte, mentre al debitore convenuto spetta la prova del fatto estintivo dell’altrui pretesa, costituito dall’avvenuto adempimento” (Cass. Sezione Terza, n. 826/2015). D’altra parte, configurandosi “la tariffa del servizio idrico integrato, in tutte le sue componenti, come il corrispettivo di una prestazione commerciale complessa, è il soggetto esercente di detto servizio, il quale pretenda il pagamento anche degli oneri relativi al servizio di depurazione delle acque reflue domestiche, ad essere tenuto a dimostrare l’esistenza di un impianto di depurazione funzionante nel periodo oggetto della fatturazione, in relazione al quale esso pretenda la riscossione (Cass. Sezione Terza, n. 14042/2013).

Tanto è bastato per accogliere il ricorso presentato dagli originari ricorrenti, cassando la sentenza impugnata con rinvio al Tribunale di Napoli, per la decisione di merito.

Avv. Sabrina Caporale

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