Anche se l’intervento è corretto, il paziente non adeguatamente informato ha diritto al risarcimento per lesione del diritto all’autodeterminazione

Per la Suprema Corte (Sez. III, Ordinanza n. 11112/2020)  spetta il risarcimento del danno da lesione del diritto all’autodeterminazione terapeutica se il paziente correttamente informato non si sarebbe sottoposto all’intervento.

Una donna aziona la domanda risarcitoria in danno della Struttura Sanitaria e dei Medici assumendo di non essere stata adeguatamente informata sulla natura dell’intervento chirurgico e relative complicanze prevedibili e non prevedibili, oltreché su eventuali alternative terapeutiche.

In primo e secondo grado i Giudici di merito condannavano la Compagnia assicuratrice della Struttura al risarcimento dei danni a favore della donna.

Nello specifico,  veniva rilevato che l’intervento chirurgico risultava eseguito nel pieno rispetto delle “leges artis”, ma senza che fosse stato correttamente acquisito il consenso informato della donna che  non veniva informata sulla natura dell’intervento, sulle complicanze prevedibili e non prevenibili e sulle alternative terapeutiche concretamente praticabili.

L’Assicurazione della Struttura sanitaria ricorre in Cassazione.

Gli Ermellini ribadiscono che se manca il consenso informato, ma l’intervento è necessario ed eseguito correttamente, il paziente potrà ottenere un risarcimento del danno alla salute se dimostri che in caso di corretta informazione non si sarebbe sottoposto all’intervento, oppure avrebbe vissuto il decorso post operatorio con una migliore e più serena predisposizione ad accettarne i patimenti.

Resta ferma, a seguito dell’inadempimento all’obbligo di acquisire il consenso informato, la possibilità per il paziente di ottenere il risarcimento per il danno da lesione del diritto all’autodeterminazione terapeutica.

La Cassazione richiama il consolidato orientamento giurisprudenziale secondo cui, in materia di responsabilità sanitaria, l’inadempimento all’obbligo di acquisire il consenso informato del paziente assume diversa rilevanza causale, a seconda che sia dedotta la violazione del diritto all’autodeterminazione oppure la lesione del diritto alla salute.

Nel primo caso, si legge nella sentenza, “l’omessa o insufficiente informazione preventiva evidenzia “ex se” una relazione causale diretta con la compromissione dell’interesse all’autonoma valutazione dei rischi e dei benefici del trattamento sanitario”.

Invece, nel caso sia dedotta la lesione del diritto alla salute, “l’incidenza eziologica del deficit informativo sul risultato pregiudizievole dell’atto terapeutico correttamente eseguito dipende dall’opzione che il paziente avrebbe esercitato se fosse stato adeguatamente informato”.

La responsabilità sanitaria, in tal caso, è configurabile soltanto in caso di presunto dissenso del paziente, con la conseguenza che l’allegazione dei fatti dimostrativi di tale eventuale scelta costituisce parte integrante dell’onere della prova (che, ex art. 2697 c.c., grava sul danneggiato) del nesso eziologico tra inadempimento ed evento dannoso (cfr. Cass. ord. n. 19199/2018).

Relativamente all’importo liquidabile il riconoscimento del danno dovuto alla lesione del diritto all’autodeterminazione terapeutica deve  necessariamente essere liquidato in via equitativa.

Può essere riconosciuto anche un risarcimento del danno alla salute qualora l’atto terapeutico, necessario e correttamente eseguito, non sia stato preceduto dalla preventiva informazione esplicita del paziente circa i suoi possibili effetti pregiudizievoli non imprevedibili.

In tale caso, dovrà essere il paziente ad allegare e dimostrare, anche in via presuntiva, che qualora fosse stato correttamente informato, avrebbe rifiutato di sottoporsi a detto intervento, ovvero avrebbe vissuto il periodo successivo ad esso con migliore e più serena predisposizione ad accettarne le eventuali conseguenze e sofferenze.

La donna, sostengono gli Ermellini, ha diritto al risarcimento del danno non patrimoniale per lesione della libertà di autodeterminazione terapeutica.

Ha errato quindi la Corte territoriale a liquidare il danno prendendo a riferimento gli importi che la paziente avrebbe avuto diritto a conseguire ove fosse stato liquidabile, in suo favore, un risarcimento per le conseguenze dannose subite a carico della salute.

Ulteriormente, e per le medesime ragioni, è errato il riconoscimento da parte della Corte di merito della voce di danno inerente la compromissione dei rapporti parentali quale conseguenza della lesione dell’integrità psicofisica della paziente.

Tale tipo di posta risarcitoria, ricorda la Cassazione,  è riconosciuta solo se il comportamento dei responsabili dell’omessa o carente informazione sanitaria è causalmente connesso alla lesione della salute del familiare, ossia nel solo caso in cui il danneggiato (o i danneggiati) abbiano ritualmente provveduto alla dimostrazione che la paziente, ove correttamente informata, si sarebbe sottratta all’intervento.

La Sentenza impugnata viene cassata e rinviata alla Corte d’Appello in diversa composizione.

Avv. Emanuela Foligno

Hai vissuto una situazione simile? Scrivi per una consulenza gratuita a redazione@responsabilecivile.it o invia un sms, anche vocale, al numero WhatsApp 3927945623

Leggi anche:

Mancato consenso informato e risarcimento del danno biologico

LASCIA UN COMMENTO O RACCONTACI LA TUA STORIA

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui