Danno erariale, condannata clinica di Cassino

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La Corte dei Conti ha condannato la struttura, in secondo grado, a pagare 30 milioni di euro al Ssn. La clinica si difende: linee guida non sono normativa vincolante, ma atto di indirizzo

Avrebbe erogato prestazioni riabilitative di qualità inferiore a quelle previste dal Ministero della Salute. Per questo motivo una Casa di cura di Cassino è stata condannata dalla Corte dei conti, con sentenza d’Appello, a pagare 31.492.909,13 milioni di euro al Servizio sanitario nazionale. Si tratta di una cifra ridotta, sia rispetto agli 84 milioni inizialmente richiesti dalla Procura, sia rispetto alla sanzione di 46 milioni stabilita in primo grado.

La struttura avrebbe ottenuto rimborsi dal Ssn tenendo un comportamento doloso nella violazione delle modalità attraverso cui erano disattese le direttive. I giudici contabili, nel motivare la sentenza, sostengono che le attività di fisioterapia intensiva giornaliere durassero meno di un’ora, rispetto ai centottanta minuti previsti dalle linee guida, ravvisando inoltre la carenza del personale medico o paramedico necessario a rispettare le prescrizioni.

L’inchiesta svolta dai comando dei carabinieri del Nas, era nata nel 2010 dalle denunce di danno erariale presentate dal presidente del collegio sindacale della Asl di Frosinone e aveva svelato come la riabilitazione intensiva insieme con quella di alta complessità riabilitativa, fatturate dalla clinica, erano state eseguite in maniera difforme da quanto scritto nei protocolli.

Gli investigatori avevano esaminato le cartelle cliniche dei pazienti dimessi tra il 2007 e il 2009, scoprendo che la durata della terapia giornaliera non raggiungeva mai le tre ore quotidiane. L’analisi dei registri contabili, inoltre, aveva evidenziato un numero non adeguato di dipendenti abilitati ad assistere i pazienti ricoverati per patologie gravi.

A conferma del sistema messo in piedi dalla struttura sanitaria per lucrare sulle prestazioni e per aumentare gli incassi su quanto erogato dal Sistema sanitario nazionale, vi sarebbero poi le testimonianze, raccolte dalla Procura, di alcuni dipendenti della casa di cura da cui emerge, tra l’altro, un sovrautilizzo dei posti letto, con conseguente aumento di pressione sul personale medico.

La clinica da parte sua ha annunciato i ricorsi alla Corte di Cassazione e alla Corte Europea dei diritti dell’uomo. “La storia e la dignità del gruppo, dei suoi collaboratori – dicono dalla struttura – non può essere messa in discussione da una sentenza che senza alcuna prova afferma che non curiamo le persone e ciò è per noi inaccettabile”.

La Casa di cura denuncia in particolar modo “evidenti e macroscopiche carenze istruttorie e probatorie”, nonché la “palese violazione del contraddittorio, su cartelle cliniche sequestrate (mai messe a disposizione della difesa) che oltre ad essere relative ad un periodo diverso (2006) da quello oggetto del giudizio (anni 2007/2009) riguardava solamente 916 di queste, rispetto alle circa 7.000 cartelle effettivamente esistenti”

Quanto al mancato rispetto delle linee guida che fissano le tre ore di prestazione, la Casa di cura afferma che si tratterebbe in realtà di un atto di indirizzo e non di una normativa vincolante, spettando alla valutazione del medico la durata della terapia.

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