L’attività professionale svolta ha avuto un ruolo di mera concausa rispetto all’insorgere e all’aggravarsi della discopatia lombosacrale multilivello, incidendo altri fattori estranei allo svolgimento delle mansioni lavorative (Tribunale di Bergamo, Sez. Lavoro, Sentenza n. 499/2021 del 04/10/2021-RG n. 735/2019)

Il lavoratore agisce in giudizio nei confronti dell’Istituto per l’accertamento dell’origine professionale della patologia sofferta (“discopatia lombosacrale multilivello”) e per la quantificazione del danno nella misura del 20% e conseguente diritto alla rendita ex art. 13 D.38/2000.

Il ricorrente espone di avere svolto, dal 25.5.2007 al 4.1.2017, attività lavorativa quale dipendente con mansioni di operaio, di essere stato addetto ad eseguire operazioni di carico di impastatrici, di prelievo del prodotto finito riversato in secchi o in sacchi e di spostamento e progressivo accatastamento di tali prodotti finiti, di essere perciò rimasto esposto – in considerazione delle attività complessivamente svolte – a plurime e costanti sollecitazioni del rachide lombosacrale derivante dai movimenti di sollevamento di carichi fino a 35 kg e di torsione del busto compiuti per le attività di carico e dai movimenti di prelievo da terra e sollevamento dei gravi fino a 25 kg di prodotto finito, di aver iniziato ad accusare i primi malesseri fisici al rachide dal 2012 tanto da essere stato giudicato – dal 2013 in avanti – idoneo allo svolgimento delle mansioni con limitazioni che comportavano il divieto di sollevamento di pesi superiori a 20 kg, di aver continuato a svolgere sempre le medesime mansioni comprendenti la movimentazione dei carichi sopradetti, di avere perciò subito un infortunio sul lavoro comportante “lombalgia a sx. Dolore e parestesia della gamba sx” in data 4.1.2017, di essere stato licenziato con comunicazione del 23.3.2018 per superamento del periodo di comporto, di avere presentato domanda per il riconoscimento della malattia professionale patita, di avere conseguito – all’esito di visita collegiale – giudizio di permanente menomazione della sua integrità psicofisica nella misura del 8%, di avere invero patito un danno biologico valutabile nella misura del 20%, di avere perciò diritto alla costituzione della relativa rendita vitalizia.

Il Giudice dispone CTU Medico-Legale e, all’esito della stessa, dichiara la domanda avanzata non fondata.

L’attività professionale svolta dal ricorrente ha avuto un ruolo di mera concausa rispetto all’insorgere e all’aggravarsi della patologia dal medesimo sofferto, incidendo sulla “discopatia degenerativa del tratto lombare” altri fattori estranei allo svolgimento – protratto per otto anni – delle mansioni lavorative descritte in ricorso.

Nello specifico il CTU ha evidenziato che “il ricorrente in occasione di valutazione fisiatrica del marzo 2017 presentava deambulazione con zoppia antalgica, rachide rigido, disestesie all’emisoma sinistro, non deficit di forza, ROT presenti e validi, Lasegue negativo e Wasserman positivo bilateralmente, per cui fu posta diagnosi di riacutizzazione di discoartrosi cervicolombare e prescritta terapia medica nonché suggerita astensione di gravi. Sempre nel marzo 2017 in occasione di valutazione presso centro di Medicina del Lavoro la certificazione di un ruolo professionale (sovraccarico) nella discopatia lombosacrale con protrusioni discali del tratto lombare”.

In sede di esame obiettivo, a circa un quadriennio di distanza dalla cessazione dello svolgimento delle mansioni descritte la valutazione clinica è risultata fortemente limitata da una riferita intensa sintomatologia algica alla mobilizzazione sia del tronco sia degli arti superiori tale da determinare passaggi posturali fortemente rallentati e consentiti solo con cautele d’appoggio […]. Anche i movimenti delle anche sono risultati fortemente limitati e dolenti, sempre in relazione ad una riferita intensa sintomatologia algica. Rilevante ipostenia artuale […]. Nonostante l’intensa sintomatologia dolorosa riferita alla mobilizzazione la vestizione è avvenuta in modo autonomo ……. dalla documentazione anche recente prodotta dal lavoratore risulta che le evidenze cliniche relative ad ipostenia generalizzata, andatura atasso spastica a destra, tendenza a camminare sui talloni etc. sono state poste in diagnosi differenziale fra una malattia neurologica degenerativa ed una neuropatia periferica in quadro di insufficienza di acido folico per cui egli è ad oggi in terapia con acido folico e complesso polivitaminico e sta eseguendo approfondimenti “.

“In relazione al dato storico -circostanziale nonché clinicostrumentale sin qui delineato il signor M****X L****a risulta affetto da lombosciatalgia in discopatia lombosacrale con multiple protrusioni discali ed assenza di compressioni mieloradicolari con-causalmente determinata dall’attività lavorativa svolta per oltre 10 anni in soggetto, peraltro, con dismorfismo di L5 e concomitanti protrusioni cervicali […]. L’attività/mansioni lavorative svolte dal periziando correlate alla movimentazione manuale di carichi e posture incongrue hanno ragionevolmente comportato un discreto rischio di sovraccarico biomeccanico della colonna vertebrale, protratto per anni, con più recente riscontro di radicolopatia cronica di L5 in protrusione discali multiple, per cui, dopo applicazione dei criteri di riferimento eziologico, si individua con elevata probabilità una correlazione, quantomeno con -causale, tra le mansioni lavorative svolte nella sua esperienza lavorativa dal signor M****X L****a e la discopatia degenerativa del tratto lombare che, con riferimento al combinato dei criteri cronologico e di adeguatezza quali/quantitativa, può essere inquadrata quale tecnopatia. Il danno biologico conseguenza della suddetta tecnopatia, con riferimento a quanto previsto dalla “tabella delle menomazioni” allegata al DM n. 38 del 13/07/2000 (che per la menomazione rappresentata da ernia discale del tratto lombare con disturbi trofico -sensitivi persistenti riconosce un indennizzo fino al 12% – voce 19 3) e alla luce dei dati clinico -strumentali come sopra indicati e descritti (una volta scorporati degli aspetti da ricondurre alla coesistente di una patologia naturale relata alla carenza di acido folico o, forse, ad altra patologia neurologica indipendente comunque dalla lombosciatalgia come emerso dalla più recente documentazione esibita), caratterizzati da moderata disfunzionalità del rachide lombare comunque in assenza di franchi conflitti radicolari è da indennizzare anche a parere del sottoscritto CT U nella misura dell’8% (otto percento), attesa anche l’assenza di un’indicazione chirurgica “.

Ciò posto, il Giudice, tenuto conto che già in sede di visita collegiale l’Istituto aveva riconosciuto al ricorrente una menomazione della integrità psicofisica nella misura del 8%, dichiara non accoglibile la domanda.

Tenuto conto della particolarità delle condizioni di salute del ricorrente e della difficoltà degli accertamenti diagnostici che hanno connotato tutta la vicenda personale del lavoratore, le spese di lite vengono integralmente compensate tra le parti.

Invece, le spese di CTU vengono poste a carico del ricorrente e sul punto il Giudice rammenta che il Consulente, prescindendo da quanto statuito nel decreto di liquidazione, potrà agire, indifferentemente, in danno di ciascuno dei contendenti, i quali sono obbligati solidalmente nei suoi confronti al pagamento delle spettanze, non potendo quelli opporre il diverso regolamento delle spese stabilito in decreto, fatto salvo il diritto per il debitore escusso di agire in via di regresso ex articolo 1299 c.c. nei confronti dell’altre parte processuale .

La giurisprudenza, con orientamento costante, ha sottolineato che ” poiché la prestazione del CTU è effettuata in funzione di un interesse comune delle parti del giudizio nel quale è resa, l’obbligazione nei confronti del consulente per il soddisfacimento del suo credito per il compenso deve gravare su tutte le parti del giudizio in solido tra loro, prescindendo dalla soccombenza. La sussistenza di tale obbligazione solidale, inoltre, è indipendente sia dalla pendenza del giudizio nel quale la prestazione dell’ausiliare è stata effettuata, sia dal procedimento utilizzato dall’ausiliare al fine di ottenere un provvedimento di condanna al pagamento del compenso. Ne consegue che il solo fatto che il Giudice, nel provvedere alla liquidazione, abbia posto questa spesa processuale per metà a carico di ciascuna parte, non esclude la natura solidale del debito delle parti nei confronti del CTU. L’eventuale ripartizione del compenso tra le parti, infatti, è rilevante solo ai fini del rapporto interno tra le stesse e, quindi, ai fini del regresso, ma non nei confronti del CTU, che, essendo ausiliario del Giudice, svolge un’attività in funzione del processo.

Avv. Emanuela Foligno

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