Il TAR Puglia dice no al divieto di alimentare cani randagi vaganti in aree pubbliche o aperte al pubblico imposto dal Sindaco di un Comune di Foggia

Con un provvedimento emanato ai sensi dell’art. 50 del D.Lgs. n. 267/2000 (c.d. T.U.E.L.) il Sindaco di un Comune in provincia di Foggia aveva imposto il divieto di alimentare cani randagi, “vaganti in aree pubbliche o aperte al pubblico, e depositare per strada resti di cibo a terra per evitare problemi di natura igienico-sanitaria”.

L’ordinanza era stata impugnata dinanzi al TAR Puglia, Sezione Bari, da due associazioni a tutela e protezione degli animali. Secondo le ricorrenti, il provvedimento in questione era affetto da eccesso di potere per irragionevolezza e sproporzione del divieto di alimentare i cani randagi, oltre che contrario all’art. 50 del D.Lgs. n. 267/2000 (c.d. T.U.E.L.), non sussistendo i requisiti di urgenza e provvisorietà per l’emanazione del provvedimento stesso.

Il Comune intimato non si costituiva in giudizio.

Ebbene, il Tribunale amministrativo regionale del capoluogo pugliese (Prima Sezione, sentenza n. 1078/2018) ha accolto il ricorso perché fondato .

La materia in questione è disciplinata, a livello nazionale, dalla l. n. 281/1991 (Legge quadro in materia di animali da affezione) e, in ambito regionale, dalla l.r. n. 12/1995.

In via generale – ha sottolineato il Collegio giudicante –“entrambe le normative promuovono un corretto rapporto uomo-animale, anche nell’ambiente di reciproca convivenza, e mirano a reprimere gli atti di crudeltà e maltrattamento contro di essi”.

Per quel che rileva, la l.r. n. 12/1995, all’art. 5, stabilisce che l’unico intervento ammesso dall’ordinamento per la prevenzione del randagismo è costituito dalla profilassi attraverso atti di controllo delle nascite.

Inoltre, la CTR ha evidenziato che già il Consiglio di Stato, in sede consultiva, (Sez. III, parere 16.9.1997 n. 883), su un ricorso straordinario al Capo dello Stato, avente ad oggetto una questione analoga a quella in esame, aveva precisato che nessuna norma di legge in materia fa divieto di alimentare gli animali randagi nei luoghi in cui essi trovano rifugio.

Sicché, è stato affermato “deve ritenersi del tutto lecita la somministrazione in favore di cani randagi o animali da affezione vaganti in genere, purché il deposito di cibo avvenga attraverso l’uso di appositi contenitori ed a condizione che gli stessi vengano successivamente rimossi a cura degli stessi cittadini che hanno somministrato il cibo, costituendo tale successivo adempimento un loro preciso onere, oltre che conforme al comune senso civico, la cui violazione risulta già proseguibile integrando la fattispecie di abbandono di rifiuti su suolo pubblico”.

Dunque, il provvedimento gravato e fatto oggetto di contestazione risultava senza dubbio affetto da eccesso di potere per erronea presupposizione.

Le ordinanze contingibili e urgenti

Peraltro, l’art. 50, comma 5 del D.Lgs. n. 267/2000 (c.d. T.U.E.L.) stabilisce che “(…) in caso di emergenze sanitarie o di igiene pubblica a carattere esclusivamente locale le ordinanze contingibili e urgenti sono adottate dal sindaco, quale rappresentante della comunità locale. Le medesime ordinanze sono adottate dal sindaco, quale rappresentante della comunità locale, in relazione all’urgente necessità di interventi volti a superare situazioni di grave incuria o degrado del territorio, dell’ambiente e del patrimonio culturale o di pregiudizio del decoro e della vivibilità urbana (…)”

In altre parole, il legittimo ricorso ai poteri contingibili ed urgenti di cui all’art. 50 del T.U.E.L., presuppone che non possano in concreto trovare applicazione gli strumenti ordinari di amministrazione attiva apprestati dall’ordinamento (cfr. T.A.R. Puglia, Lecce, Sez. II, 10 aprile 2017 n. 555). Ciò in quanto il potere di emanare ordinanze di cui all’art. 50, comma 5, del d.lgs. 267 del 2000, riservato al Sindaco, permette l’imposizione di obblighi di fare o di non fare a carico dei destinatari, postulando, tuttavia, da un lato, una situazione di pericolo effettivo, da corredare con apposito apparato motivazione, e, dall’altro, una situazione eccezionale e imprevedibile, cui non sia possibile far fronte con i mezzi ordinariamente previsti.

Nel caso in esame, tali presupposti non erano sussistenti, poiché l’ordinanza cercava “di far fronte a circostanze del tutto fisiologiche e prevedibili, e certamente non costituenti un immediato e concreto pericolo per l’igiene pubblica”.

La redazione giuridica

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