È illegittimo il divieto di avvicinamento che impone al soggetto indagato per stalking di tenersi a una distanza di 50 metri dal condomino, persona offesa dal reato, in quanto tale misura finisce per impedirgli di abitare nel proprio appartamento

La vicenda

Il Gip del Tribunale di Brescia aveva applicato a carico del ricorrente la misura cautelare del divieto di avvicinamento alla persona offesa, in ordine ai reati di atti persecutori (stalking) e lesioni aggravate, a lui contestati.

La vicenda si inseriva in un contesto di tensione di rapporti fra vicini; ed invero vittima e indagato risiedevano nello stesso stabile. Secondo l’ipotesi accusatoria, l’indagato si sarebbe reso responsabile di varie condotte di molestia e minaccia nei confronti di quest’ultimo, insultandolo anche a causa delle sue minorazioni fisiche (avendo subito l’amputazione di una gamba, era costretto su una sedie a rotelle); in un’occasione, lo avrebbe financo colpito con un pugno al naso, cagionandogli lesioni di pur modesta entità.

Contro tale ordinanza il difensore dell’indagato ha proposto ricorso lamentando la violazione della legge processuale; facendo notare, nella specie, che il Pubblico Ministero procedente aveva semplicemente chiesto che fosse applicata la misura del divieto di avvicinarsi alla persona offesa e di comunicare con costui; il Gip aveva invece disposto una misura di maggiore gravità, consistente nel divieto di avvicinamento all’edificio dove la vittima dimorava, mantenendosi a una distanza di almeno 50 metri.

I motivi di ricorso

A detta della difesa si trattava di una restrizione della libertà dell’indagato più afflittiva di quella sollecitata dal P.M., di tipo diverso ed ulteriore e giammai richiesta; inoltre, il provvedimento era venuto a determinare la costrizione per il proprio assistito di abbandonare la propria abitazione.

Ebbene, il Gip avrebbe dovuto, innanzi tutto, rigettare la richiesta del Procuratore della Repubblica (visto che la misura di cui all’art. 282 ter c.p.p., può disporsi solo nei confronti delle persone già imputate, e non soltanto sottoposte a indagini preliminari); in ogni caso, non gli sarebbe stato possibile esorbitare dai limiti dell’istanza de libertate, dovendo applicarsi all’indagato, al più, il solo di divieto di avvicinamento alla persona offesa; contestualmente, ben avrebbe potuto emanare prescrizioni peculiari per escludere occasioni di contatto fra i due protagonisti degli episodi citati, o quanto meno per dettare allo stesso indagato le opportune regole di comportamento in caso di eventuali incontri involontari; cosa che in realtà non era accaduta.

La Corte di Cassazione (Quinta Sezione Penale, sentenza n. 3240/2020) ha accolto il ricorso perché fondato.

In applicazione dell’art. 282 ter c.p.p., – norma che prevede la possibilità di imporre – quale contenuto minimo della restrizione – l’obbligo di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati (dunque già conosciuti e preventivabili) dal soggetto passivo, ovvero di mantenersi a una certa distanza da detti luoghi e/o dalla vittima medesima – il Gip procedente avrebbe ben potuto ordinare all’indagato di non avvicinarsi al luogo dove era logico ritenere che la persona offesa trascorresse gran parte delle sue giornate (cioè, la sua abitazione).

Tuttavia, non risultava sufficientemente motivata la prescrizione specifica di mantenere una distanza di almeno 50 metri dalla vittima, venendo siffatta misura a risolversi in un sostanziale divieto di dimora applicato a carico del soggetto indagato, ma non richiesto dal Procuratore della Repubblica.

La misura del divieto di avvicinamento alla persona offesa

Era, infatti, accertato che quest’ultimo occupasse proprio l’appartamento sovrastante quello della vittima e pertanto, il divieto di rimanersi a 50 metri dall’offeso significava impedirgli di continuare ad abitare nel proprio appartamento, vale a dire di dimorare in un determinato luogo (contenuto tipico della diversa misura di cui all’art. 283, comma 1, del codice di rito).

A tal proposito, la Corte di Cassazione ha ricordato che l’art. 277 c.p.p. impone che le modalità esecutive di una qualsiasi misura restrittiva salvaguardino i diritti della persona che vi sia sottoposta, il cui esercizio non risulti incompatibile con le esigenze cautelari del caso concreto; e soprattutto, più nello specifico, il successivo art. 282 ter, al comma 4, prevede che quando un luogo determinato sia precluso al soggetto gravato dalla misura de qua (perché abitualmente frequentato dalla persona offesa), ma gli abbia comunque necessità di accedervi per ragioni abitative o di lavoro, al giudice è fatto carico di prescriverne le relative modalità, con possibili limitazioni.

La decisione

“Non è da un divieto di avvicinamento alla persona offesa  – hanno affermato gli Ermellini – che può derivare tout court il venir meno del diritto dell’indagato di dimorare lì dove abbia fissato la propria abitazione: per l’esercizio di quel diritto potranno stabilirsi prescrizioni determinate ed eventuali limiti, ma non se ne potrà sancire la completa elisione”.

Per queste ragioni l’ordinanza impugnata è stata annullata, con rinvio per nuovo esame al Tribunale di Brescia, sezione riesame.

La redazione giuridica

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