In crescita (+ 7,2%) anche il patrimonio netto, che ha raggiunto quota 18,4 miliardi

L’Assemblea nazionale della Fondazione Enpam ha approvato a larga maggioranza il Bilancio consuntivo 2016. L’Ente ha chiuso il 2016 con un utile record pari a 1 miliardo e 328 milioni di euro, dato dalla somma di 996 milioni di euro di avanzo previdenziale e di 745 milioni di euro di proventi lordi della gestione patrimoniale, sottratti 269 milioni di oneri e ben 144 milioni di euro di imposte pagate allo Stato. Il patrimonio netto, invece, ha raggiunto quota 18,4 miliardi (con un valore di mercato che sfiora i 20), in crescita del 7,2 per cento rispetto all’anno precedente. Gli iscritti attivi sono saliti a 362.391 (+0,4%) mentre i pensionati sono diventati 105.721 (+4,45%).
I numeri confermano la solidità dei conti della Fondazione che nel 2016 ha incrementato ancora la riserva legale, portando a 12,86 le annualità garantite dal rapporto tra patrimonio previdenziale e prestazioni erogate. Ciò vuol dire che se per assurdo l’Enpam non incamerasse più un euro di contributi, con il patrimonio potrebbe continuare a pagare le attuali pensioni per quasi 13 anni.
Nel 2016, la Fondazione ha registrato entrate contributive pari a 2,542 miliardi di euro, erogando nello stesso periodo prestazioni previdenziali e assistenziali per oltre 1,546 miliardi. A incidere sul fronte delle uscite è stato l’aumento dei pensionati che, come previsto dalla cosiddetta ‘gobba previdenziale’ presente e già scontata nei bilanci attuariali dell’Ente, saranno in crescita ancora per diversi anni.
Quanto al patrimonio, nel 2016 la Fondazione aveva quasi 5 miliardi di euro investiti in attività immobiliari (27%), 13 miliardi in attività finanziarie (69%) e circa 550 milioni di liquidità (3%). Nell’ultimo anno, gli immobili posseduti direttamente dalla Fondazione Enpam hanno portato a una redditività lorda del +4,51% ma scesa al -0.69% dopo oneri e imposte. Per tal motivo l’Ente sta proseguendo nella dismissione del mattone tradizionale, a vantaggio di investimenti tramite fondi immobiliari che infatti nello stesso anno hanno portato a una redditività netta molto più elevata 2,67% (a fronte di un lordo del 3,1%). Le attività finanziarie hanno invece prodotto una redditività lorda del 4,54 per cento (4,34% al netto degli oneri di gestione, 3,48% al netto delle imposte).
“Questo – ha affermato il presidente della Fondazione, Alberto Oliveti – è un bilancio positivo sia nelle evidenze che nelle proiezioni, che corregge in meglio le previsioni elaborate dalla Fondazione e quelle appostate prudentemente nel bilancio tecnico che ha certificato la nostra sostenibilità. Siamo in vantaggio rispetto alla tabella di marcia e forti di questo risultato crediamo di aver esercitato bene la nostra missione. Insistiamo sulla volontà originaria del legislatore che ci privatizzò. Vogliamo cioè – continua Oliveti – che il patrimonio, fatto di contributi pagati dagli iscritti e accantonati a garanzia delle loro pensioni, venga conteggiato quando veniamo sottoposti ai test di sostenibilità. Non ha senso costringere i medici e i dentisti a sacrifici irragionevoli, quando con i contributi già versati da loro stessi potremmo promuovere iniziative di welfare ancora migliori per la categoria”.
In merito alle pensioni il bilancio consuntivo offre uno spaccato sugli assegni versati agli iscritti. Le nuove pensioni liquidate nel 2016 sono state in media di 233 euro lordi al mese per la Quota A (percepita da tutti), cui vanno sommate altre voci per chi ha svolto la libera professione in Quota B (in media 378 lordi mensili), per chi ha lavorato come medico di medicina generale (3.515 euro al mese) o come specialista ambulatoriale (in media 2.891 euro mensili. I dati sui pensionamenti mostrano una propensione dei medici convenzionati a restare al lavoro a lungo. Tra i medici di medicina generale solo il 9% di coloro che hanno maturato il diritto ad andare in pensione ordinaria nel 2016 ha effettivamente fatto domanda; una percentuale che sale al 18% tra gli specialisti ambulatoriali. In entrambe le categorie la tendenza a rimandare il pensionamento al compimento dell’età limite per lasciare l’attività (70 anni).

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