Riconosciuto un risarcimento di un 1,6 milioni, a titolo di danno non patrimoniale, ai familiari di un uomo vittima nel 2013 di quello che il Tribunale ha riconosciuto come un “grossolano errore nella localizzazione del processo neoplastico”

Un milione 600 mila euro, oltre agli interessi legali. E’ la cifra che la Asl di Rieti dovrà versare alla moglie e ai quattro figli di un uomo vittima di quello che il Tribunale ha definito come un “grossolano errore nella localizzazione del processo neoplastico”.

A riportare la notizia è il Messaggero. In base a quanto ricostruito dal quotidiano, il paziente era finito sotto ai ferri nel gennaio del 2013 per la rimozione di una massa tumorale individuata durante un esame endoscopico nella parte ascendente del colon. Il chirurgo, tuttavia, aveva asportato la parte sana dell’organo anziché quella malata, come provato dall’esame istologico eseguito in laboratorio sul pezzo anatomico prelevato, che non presentava alcuna traccia del cancro. Si era così resa necessaria una nuova operazione, ma a giugno l’uomo era morto, debilitato dopo mesi di sofferenza.

Il Giudice ha riconosciuto la responsabilità extracontrattuale dell’azienda sanitaria, sulla base di una consulenza tecnica d’ufficio che ha evidenziato la condotta imperita, negligente e imprudente del personale sanitario, a partire dalla fase diagnostica.

Nello specifico, la CTU ha posto l’accento sull’erronea localizzazione della lesione da parte del medico che effettuò l’esame endoscopico, circostanza definita “oggettivamente grave alla luce delle conseguenze provocate”. Quanto poi all’esecuzione vera e propria dell’operazione, la perizia ha sottolineato che il chirurgo non seppe verificare lo stato in cui si trovava la parte residua del colon, quella non asportata e che risultò invece colpita dal tumore. Per gli esperti, sarebbe stata sufficiente la palpazione per scoprirlo ed evitare di commettere uno sbaglio così grave.

Ritenuto provato sul piano della condotta colposa il nesso di causalità tra i gravi e ripetuti inadempimenti dei sanitari e la morte del paziente, il Giudice ha quindi riconosciuto ai parenti, costituitisi parte civile nel procedimento, il danno non patrimoniale provocato dallo sconvolgimento all’esistenza e alle abitudini di vita della famiglia.

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