Il frettoloso attraversamento della strada da parte della vittima non è stato ritenuto fattore causale determinante del sinistro

La Cassazione, con sentenza n. 35647/2021, ha respinto il ricorso di un automobilista condannato in sede di merito, ai sensi dell’art. 589 cod. pen., perché, percorrendo la via Tiburtina, in direzione di marcia Tivoli-Roma, al Km 21+380 in loc. Bivio di Guidonia, alla guida della propria vettura, per colpa generica e per inosservanza delle norme sulla circolazione stradale – in specie degli artt. 141, 142 comma 1 e 143, comma 1, cod. strada- investiva un pedone il quale, lasciata la sua auto sul lato opposto della strada con il motore ancora acceso, stava attraversandola, causandone lesioni personali dalle quali derivava la morte. Il Giudice di primo grado, con argomentazione fatta propria dalla Corte di appello, aveva ritenuto un concorso di colpa della vittima per il frettoloso attraversamento la strada. Tale condotta imprudente aveva contribuito alla verificazione dell’evento con valore di concausa nella sua eziologia, ma non di fattore causale determinante.

Nel rivolgersi alla Suprema Corte, il ricorrente lamentava, tra gli altri motivi, che la motivazione della sentenza impugnata si limitava a ripercorrere le conclusioni della perizia disposta dal primo giudice. La dinamica dell’incidente ritenuta dal Tribunale era, a suo dire, disancorata da oggettivi riscontri probatori. Il ricorrente richiamava alcune testimonianze, si soffermava sulle conclusioni dei consulenti di parte e del perito per affermarne le contraddizioni. I Giudici di merito, poi, non avrebbero correttamente analizzato il comportamento della vittima. L’imputato non avrebbe in alcun modo prevedere la manovra irregolare del pedone, dovendosi riconoscere, anche in questo caso, la validità del principio di affidamento.

Gli Ermellini, tuttavia, hanno ritenuto di non aderire alle argomentazioni proposte.

“Come è noto – hanno sottolineato dal Palazzaccio – le norme che regolano il comportamento del conducente del veicolo, oltre a quelle generiche di prudenza, cautela ed attenzione, sono principalmente rinvenibili nell’art. 140 cod. strada, che pone, quale principio generale informatore della circolazione, l’obbligo di comportarsi in modo da non costituire pericolo o intralcio per la circolazione ed in modo che sia in ogni caso salvaguardata la sicurezza stradale, e negli articoli seguenti, laddove si sviluppano, puntualizzano e circoscrivono le specifiche regole di condotte. La regola prudenziale e cautelare fondamentale che deve presiedere al comportamento del conducente è sintetizzata nell’obbligo di attenzione che questi deve tenere al fine di “avvistare” il pedone sì da potere porre in essere efficacemente i necessari accorgimenti atti a prevenire il rischio di un investimento. Il dovere di attenzione del conducente teso all’avvistamento del pedone trova il suo parametro di riferimento (oltre che nelle regole di comune e generale prudenza) nel richiamato principio generale di cautela che informa la circolazione stradale e si sostanzia, essenzialmente, in tre obblighi comportamentali: quello di ispezionare la strada dove si procede o che si sta per impegnare; quello di mantenere un costante controllo del veicolo in rapporto alle condizioni della strada e del traffico; quello, infine, di prevedere tutte quelle situazioni che la comune esperienza comprende, in modo da non costituire intralcio o pericolo per gli altri utenti della strada, in particolare, proprio dei pedoni”.

Trattasi di obblighi comportamentali posti a carico del conducente anche per la prevenzione di eventuali comportamenti irregolari dello stesso pedone, vuoi genericamente imprudenti (tipico il caso del pedone che si attarda nell’attraversamento, quando il semaforo, divenuto verde, ormai consente la marcia degli automobilisti), vuoi in violazione degli obblighi comportamentali specifici, dettati dall’art. 190 cod. strada. Il conducente, infatti, ha, tra gli altri, anche l’obbligo di prevedere le eventuali imprudenze o trasgressioni degli altri utenti della strada e di cercare di prepararsi a superarle senza danno altrui.

Ne discende che il conducente del veicolo può andare esente da responsabilità, in caso di investimento del pedone, non per il solo fatto che risulti accertato un comportamento colposo – imprudente o in violazione di una specifica regola comportamentale – del pedone (una tale condotta risulterebbe, invero, ai sensi dell’art. 41, comma 1, cod. pen., concausa dell’evento lesivo, penalmente non rilevante per escludere la responsabilità del conducente), ma occorre che la condotta del pedone configuri, per i suoi caratteri, una vera e propria causa eccezionale, atipica, non prevista né prevedibile, che sia stata da sola sufficiente a produrre l’evento (art. 41, comma 2, cod. pen.). Ciò che può ritenersi, solo allorquando il conducente del veicolo investitore (nella cui condotta non sia ovviamente ravvisabile alcun profilo di colpa, generica o specifica) si sia trovato, per motivi estranei ad ogni suo obbligo di diligenza, nella oggettiva impossibilità di “avvistare” il pedone e di osservarne, comunque, tempestivamente i movimenti, attuati in modo rapido, inatteso, imprevedibile. Solo in tal caso, infatti, l’incidente potrebbe ricondursi, eziologicamente, proprio ed esclusivamente alla condotta del pedone, avulsa totalmente dalla condotta del conducente ed operante in assoluta autonomia rispetto a quest’ultima.

Nel caso in esame, la sentenza impugnata aveva legittimamente fatto proprie le argomentazioni del Tribunale, preliminarmente osservando che, “se pure non sia noto per mancanza di dati obiettivi il punto esatto di impatto (…), ciò non impedisce, sulla base di tutti gli elementi istruttori acquisiti, di ricostruire la dinamica del sinistro” così come effettuata dal Giudice di primo grado.

La Corte territoriale aveva osservato come risultasse accertato, dalla espletata perizia, che l’imputato, al momento dell’urto, procedeva ad una velocità non inferiore a 70 km/h: dato pienamente compatibile con gli altri elementi acquisiti e, in particolare, con i danni riportati dal mezzo condotto dall’imputato e con le fasi dell’investimento. L’elevata velocità, superiore al limite imposto, non aveva consentito all’automobilista di compiere alcuna manovra di emergenza per evitare il pedone che occupava la carreggiata in fase di attraversamento, come dimostrato anche dall’assenza di tracce di frenata sull’asfalto.

Il ricorrente, il quale marciava sulla seconda parte del tratto di strada che la vittima doveva percorrere, avrebbe potuto e dovuto, stanti anche le buone condizioni di illuminazione, avvistarlo già mentre si trovava sulla corsia opposta. Ove la velocità fosse stata adeguata e l’avvistamento tempestivo, l’investimento non si sarebbe verificato in quanto il pedone avrebbe potuto raggiungere il margine della carreggiata prima del passaggio della vettura sul tratto di strada impegnato. I Giudici di merito ne avevano, congruamente, ricavato la conclusione che l’anzidetta velocità, non adeguata all’orario notturno e allo stato dei luoghi, trattandosi di un tratto stradale in centro abitato, rappresentava un profilo di colpa specifica nella condotta dell’imputato. Per tutte queste ragioni, la condotta della vittima non assumeva quella valenza di causa eccezionale ed atipica, imprevista ed imprevedibile dell’evento, tale da essere, da sola, sufficiente a produrlo.

La redazione giuridica

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