La danneggiata, inciampata e caduta a causa di un gradino dissestato, aveva dichiarato di frequentare “abitualmente” il tratto di strada luogo del sinistro

Con l’ordinanza n. 20341/2020 la Cassazione si è pronunciata sul ricorso di una donna che aveva agito in giudizio nei confronti della proprietaria dell’area in cui era situato un gradino dissestato a causa del quale era inciampata e caduta in terra, riportando una  “contusione del cranio, del viso, della mano bilaterale e distorsione della caviglia destra”.

Il Tribunale in primo grado, anche sulla base di una CTU medico-legale,  aveva accolto l’istanza quantificando il risarcimento dovuto all’attrice in € 12.675,50, oltre accessori.

La Corte di appello, tuttavia, aveva escluso la responsabilità delle parti convenute evidenziando – come, nell’interrogatorio formale, l’attrice avesse affermato di frequentare “abitualmente” il tratto di strada luogo del sinistro e di conoscere “lo stato dissesto” dello stesso (stato, peraltro, a suo giudizio “peggiorato” il giorno dell’incidente, giacché “aveva piovuto”).

Pertanto, secondo il giudice di appello, se ne doveva trarre la conclusione la donna non avesse “prestato la dovuta attenzione”.

Nel rivolgersi alla Suprema Corte la ricorrente lamentava che la Corte territoriale avesse motivato la propria decisione — peraltro, in pochissime righe — “esclusivamente su un’affermazione dell’odierna ricorrente in sede di interrogatorio formale”, non avendo “dato alcun rilievo alla prova testimoniale assunta in primo grado” (dalla quale emergeva che la donna “era caduta su un’area rialzata rispetto al manto stradale pieno di brecciolino”, area “dissestata”, al pari, del resto, del gradino dissestato sul quale era inciampata la donna, che risultava sbriciolato “come se fosse saltato un pezzo d’asfalto”), né a talune risultanze documentali. In particolare, a suo avviso, la sentenza impugnata non avrebbe preso in considerazione né la relazione di servizio della Polizia Municipale del Comune (secondo cui l’area in questione presentava diverse asperità ed un gradino dissestato, essendo inoltre priva della copertura bituminosa), né le risultanze della CTU, mentre il giudice di prime cure — ritenendo le conclusioni raggiunte dall’ausiliario il risultato “di un’accurata disamina dei fatti in contestazione”, effettuata “con corretti criteri e iter logico ineccepibile” — aveva riconosciuto “la presenza del nesso causale tra modalità del sinistro e danni fisici riportati” dalla danneggiata.

Il Collegio distrettuale, infine mentre aveva dato rilievo alle risultanze dell’interrogatorio formale, aveva “completamente ignorato una fondamentale ammissione contenuta nell’atto di appello”, visto che nello stesso si afferma che l’area luogo del sinistro “già da anni presentava carenze di manutenzione”, le quali, “per la loro consistenza, non possono ritenersi frutto di un breve lasso di tempo”. Pertanto,  – osservava la ricorrente – “poiché nel caso — qual è il presente — di azione esperita ai sensi dell’art. 2051 cod. civ., l’attore ha solo l’onere di provare il nesso eziologico tra cosa ed evento di danno, prescindendo la responsabilità del custode da qualsiasi connotato di colpa, ed essendo a suo carico la prova del fortuito, potendo esso consistere anche nel fatto dello stesso danneggiato, ma solo quando esso costituisca la causa esclusiva del danno, la sentenza impugnata avrebbe violato e falsamente applicato la norma suddetta.  Infatti, a giudizio dell’attrice, “la condotta del danneggiato non integra il caso fortuito qualora il custode non abbia posto in essere tutte quelle attività di controllo, vigilanza e manutenzione su di esso gravanti in base a specifiche disposizioni normative e già del principio del “neminem laedere” idonee a prevenire i danni derivanti dalla cosa”.

I Giudici Ermellini hanno ritenuto inammissibili le doglianze proposte.

Per la Cassazione la sentenza impugnata — nella parte in cui aveva attribuito rilievo al fatto, emerso dall’interrogatorio della ricorrente, che ella attraversasse “abitualmente” il tratto di strada luogo del sinistro, e che conoscesse “lo stato dissesto” dello stesso, peraltro, a suo dire, “peggiorato” il giorno dell’incidente, giorno in cui, oltretutto, “aveva piovuto” (ciò che, quindi, avrebbe dovuto indurla ad ancora maggiore circospezione) — si era conformata al principio secondo cui, “in tema di responsabilità civile per danni da cose in custodia, la condotta del danneggiato, che entri in interazione con la cosa, si atteggia diversamente a seconda del grado di incidenza causale sull’evento dannoso, in applicazione — anche ufficiosa — dell’art. 1227, comma 1, cod. civ., richiedendo una valutazione che tenga conto del dovere generale di ragionevole cautela, riconducibile al principio di solidarietà espresso dall’art. 2 Cost., sicché, quanto più la situazione di possibile danno è suscettibile di essere prevista e superata attraverso l’adozione da parte del danneggiato delle cautele normalmente attese e prevedibili in rapporto alle circostanze, tanto più incidente deve considerarsi l’efficienza causale del comportamento imprudente del medesimo nel dinamismo causale del danno, fino a rendere possibile che detto comportamento interrompa il nesso eziologico tra fatto ed evento danno”.

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