Esclusa la responsabilità del Comune per l’incidente occorso al conducente di un velocipede, caduto a terra a causa di una grata sul manto stradale

Aveva convenuto in giudizio l’Amministrazione comunale al fine di vederne accertata l’esclusiva responsabilità, con conseguente condanna al risarcimento del danno, per il sinistro in cui era incorso allorché, nel percorrere in bicicletta luna strada comunale, era finito rovinosamente al suolo dopo che la ruota anteriore del mezzo si era incastrata nelle maglie deformate di una grata sul manto stradale, coperta di terriccio e collocata in senso opposto a quello di marcia.

I Giudici del merito avevano respinto la domanda, ritenendo integrati gli estremi del caso fortuito. Cosicché il ciclista ricorreva per cassazione deducendo che il giudice d’appello avesse escluso la responsabilità del Comune, compiendo un grossolano errore in ordine al principio sotteso dall’art. 2051 c.c., sussumendo, in modo ingiustificato ed errato, che l’evento occorso dovesse interpretarsi alla stregua di un fatto imprevedibile per l’amministrazione comunale, e per avere risolto la vicenda mediante un non pertinente riferimento alla decisione n. 6101/2003 della Suprema Corte, la quale presupponeva un evento imprevisto ed imprevedibile nel caso di specie non ricorrente. Nella sostanza il ricorrente deduceva: che la grata presentava un’anomalia, perché era stata posizionata, diversamente dalle altre, in modo che le lamelle fossero verticali rispetto al senso di marcia; che tale anomalia non era stata segnalata; che le lamelle si erano divaricate per l’uso, senza che il Comune provvedesse alla manutenzione della grata; che la grata non era visibile ed era coperta da terriccio quindi non era evitabile da parte sua con l’uso della ordinaria diligenza.

Gli Ermellini, tuttavia, con l’ordinanza n. 35279/2021, hanno ritenuto di non poter accogliere la doglianza proposta.

La decisione della Corte d’Appello si basava sull’attenta valutazione di una serie di circostanze che erano sfuggite al vaglio del ricorrente: la posizione in prossimità del centro della semicarreggiata nell’ambito di un più ampio tratto stradale dissestato e sconnesso e la estensione della grata che la rendevano non solo visibile al ciclista, ma anche da questi facilmente evitabile senza superare la striscia di mezzeria, soprattutto in considerazione delle condizioni di visibilità esistenti al momento dell’incidente; il non anomalo posizionamento della grata, nel senso che, contrariamente a quanto ritenuto dal ricorrente, il corretto posizionamento della grata non dipendeva dal verso di installazione delle lamelle, come emerso dalla CTU espletata; la conformità della distanza tra le lamelle alla previsione normativa; il difetto di prova in ordine al fatto che essa fosse occultata dalla presenza di terriccio il giorno dell’incidente; la dimensione del copertone della ruota della bicicletta utilizzata dal ricorrente, variabile tra 20 e 20,5 mm, che rendeva irrilevante la deformazione della grata rispetto alla misura regolamentare.

Sulla scorta di tali circostanze la Cassazione ha ritenuto che la Corte d’Appello avesse reso una pronuncia in linea con la giurisprudenza di legittimità quanto all’interruzione del nesso causale tra la res custodita e l’evento di danno per il ricorrere del caso fortuito, nella specie rappresentato dal comportamento imprudente del danneggiato che avrebbe potuto, con l’uso dell’ordinaria diligenza, avvedersi della situazione di pericolo ed evitarla.

Sottoponendo a revisione i principi relativi alla responsabilità di cui all’art. 2051 c.c. con specifico riferimento al custode di beni demaniali, la Suprema Corte ha stabilito che, in tema di responsabilità civile per danni da cose in custodia, la condotta del danneggiato, che entri in interazione con la cosa, si atteggia diversamente a seconda del grado di incidenza causale sull’evento dannoso, in applicazione, anche ufficiosa, dell’art. 1227 c.c., comma 1, richiedendo una valutazione che tenga conto del dovere generale di ragionevole cautela, riconducibile al principio di solidarietà espresso dall’art. 2 Cost. Ne consegue che quanto più la situazione di possibile danno è suscettibile di essere prevista e superata attraverso l’adozione da parte del danneggiato delle cautele normalmente attese e prevedibili in rapporto alle circostanze, tanto più incidente deve considerarsi l’efficienza causale del comportamento imprudente del medesimo nel dinamismo causale del danno, fino a rendere possibile che detto comportamento interrompa il nesso eziologico tra fatto ed evento dannoso: ciò accade quando sia da escludere che lo stesso comportamento costituisca un’evenienza ragionevole o accettabile, secondo un criterio probabilistico di regolarità causale, connotandosi, invece, per l’esclusiva efficienza causale nella produzione del sinistro.

Fatte tali premesse, i Giudici di Piazza Cavour hanno precisato che: il caso fortuito può essere integrato dalla stessa condotta del danneggiato (che abbia usato un bene senza la normale diligenza o con affidamento soggettivo anomalo), quando essa si sovrapponga alla cosa al punto da farla recedere a mera occasione o “teatro” della vicenda produttiva di danno, assumendo efficacia causale autonoma e sufficiente per la determinazione dell’evento lesivo, così da escludere qualunque rilevanza alla situazione preesistente; quanto più la situazione di possibile pericolo è suscettibile di essere prevista e superata attraverso l’adozione delle normali cautele da parte dello stesso danneggiato, tanto più incidente deve considerarsi l’efficienza causale del comportamento imprudente del medesimo nel dinamismo causale del danno, fino a rendere possibile che detto comportamento interrompa il nesso eziologico tra fatto ed evento dannoso; chi entra in contatto con la cosa ha un dovere di cautela, derivante dal principio di solidarietà (ex art. 2 Cost.), che comporta la necessità di adottare condotte idonee a contenere entro limiti di ragionevolezza gli aggravi per i terzi, in nome della reciprocità degli obblighi derivanti dalla convivenza civile; il caso fortuito, ove ricorrente, spezza la serie causale ovvero “toglie di mezzo” gli effetti giuridici della serie causale ordinaria, rappresentando un quid che “esorbita dall’attività custodiale, ovvero dall’area del possibile propria della vigilanza: il fortuito è quel che è impossibile vigilare”; data la ricorrenza di tali caratteri la colpa o l’assenza di colpa del custode restano del tutto irrilevanti ai fini della sua responsabilità ai sensi dell’art. 2051 cod.civ.; se il danneggiato vuoi far valere eventuale colpa del custode si è al di fuori del perimetro della responsabilità di cui all’art. 2051 cod. civ., ed il danneggiato deve assumersi i ben più gravosi oneri assertivi e probatori della generale fattispecie dell’art. 2043 cod. civ., e, quindi, dimostrare, prima di ogni altra cosa, la colpa del danneggiante e non solamente il nesso causale tra presupposto della responsabilità ed evento dannoso; per contro, quando l’azione è proposta ai sensi dell’art. 2051 cod. civ., la deduzione di omissioni, violazione di obblighi di legge, di regole tecniche o di criteri di comune prudenza da parte del custode può essere diretta soltanto a rafforzare la prova dello stato della cosa e della sua attitudine a recare danno, sempre ai fini dell’allegazione e della prova.

La redazione giuridica

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