Le circostanze che il danno per idropneumotorace venga accertato due anni dopo l’intervento e che il paziente sia accanito fumatore, escludono il risarcimento

Il paziente chiama in giudizio dinanzi al Tribunale di Benevento l’Azienda Ospedaliera chiedendo il risarcimento del danno per “idropneumotorace determinato da manovra di posizionamento di catetere centrale per alimentazione parenterale in soggetto affetto da malnutrizione”.

Il Tribunale, previo espletamento di CTU Medico-legale, rigettava la domanda.

La decisione viene impugnata e la Corte d’Appello di Napoli, rigettava l’appello.

In particolare la Corte di merito osservava che “pur avendo il CTU ritenuto che il modulo per il consenso informato era generico e non adeguato in quanto non indicante le complicanze che potevano derivare dall’intervento, con decisione non impugnata e passata in giudicato il Tribunale aveva affermato che il paziente non aveva provato che, se le informazioni gli fossero state correttamente fornite, egli non avrebbe prestato il consenso alla pratica medica e che inoltre l’appellante non aveva tempestivamente proposto in primo grado domanda di risarcimento del danno per assenza del consenso informato”.

Aggiungeva, inoltre, “che l’evento era prevedibile, ma non vi era prova che non fosse evitabile, e che tuttavia la diagnosi e cura del pneumotorace erano state tempestive, con dimissione del paziente dopo una settimana perfettamente guarito”.

In buona sostanza, gli accertamenti eseguiti subito dopo l’intervento non mostravano un danno ai polmoni rilevante. Oltretutto, il lamentato danno veniva accertato due anni dopo l’intervento e il paziente risultava essere un accanito fumatore.

Per tali ragioni la Corte di Appello concludeva che non vi era prova che il danno ai polmoni fosse stato conseguenza del pneumotorace.

Il paziente impugna in Cassazione (sez. III Civile, sentenza n. 24991 del 9 novembre 2020), lamentando che il consenso veniva prestato in base ad un modulo generico e non adeguato e che in quanto tale andava considerato come mancata prestazione del consenso.

Gli Ermellini ritengono la doglianza inammissibile.

La circostanza lamentata dal paziente sul consenso informato è priva di decisività in quanto non sono state impugnate le ragioni di merito sull’intervenuto giudicato interno secondo il quale non risulta provato che se le informazioni fossero state correttamente fornite, il consenso non sarebbe stato prestato.

Il paziente, come secondo motivo, lamenta contraddittoria motivazione perchè, nonostante avesse denunciato che le difficoltà respiratorie erano imputabili al pneumotorace, l’appello veniva rigettato sulla base di argomentazioni illogiche.

Anche tale ultima doglianza viene ritenuta inammissibile poiché formulata  senza denunciare un fatto, decisivo e controverso, il cui esame sia stato omesso dal Giudice di Appello.

La Suprema Corte rigetta integralmente il ricorso e condanna il paziente al pagamento delle spese di lite.

Avv. Emanuela Foligno

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