Il risarcimento deve coprire tutto il danno cagionato, ma non può oltrepassarlo, non potendo costituire fonte di arricchimento del danneggiato il quale deve trovarsi nella stessa condizione precedente all’illecito

Con atto di citazione l’attore aveva convenuto in giudizio l’Azienda Sanitaria Locale, per sentirla condannare al risarcimento del danno patito nella misura di 18.000.00 euro (di cui euro 15.000,00 a titolo di danno biologico ed euro 3.000.00 per relativa personalizzazione), oltre interessi.

Quest’ultimo aveva esposto di esser stato ricoverato nel reparto di Ortopedia della predetta struttura sanitaria per una frattura alla gamba sinistra: dopo cinque mesi veniva nuovamente ricoverato per la rimozione del fissatore esterno; nell’occasione gli veniva confezionato un apparecchio gessato da carico, tenuto in sede per oltre un anno. Poco meno di tre anni dopo uno specialista ortopedico della stessa ASL gli consigliava un intervento chirurgico di “bonifica e trasporti ossei autologhi del focolaio”.

A detta del ricorrente il ritardo di consolidamento con evoluzione in pseudoartrosi della frattura tibiale, già evidente il giorno della rimozione del fissatore, era dovuto alle condotte inadeguate dei sanitari; dal quale era residuato un danno biologico permanente nella misura del 10%, con una invalidità temporanea assoluta di 60 giorni e parziale di ulteriori 60 giorni.

L’azione di risarcimento del danno

Secondo l’ASL costituitasi in giudizio, l’intervento chirurgico eseguito era stato adeguato al caso di specie; a tale intervento erano seguiti adeguati controlli clinico-radiologici e dai trattamenti eseguiti non era derivata alcuna alterazione morfologica significativa.

Ebbene, all’esito del giudizio, il Tribunale di Arezzo (sentenza n. 195/2020) ha rigettato la domanda attorea perché infondata.

In realtà, l’attore era stato già risarcito dalla compagnia assicuratrice del danno subito in conseguenza del sinistro, sulla base di una perizia medico-legale che gli aveva riconosciuto postumi di carattere permanente nella misura del 40%, costituiti da “quadro di esostosi della tibia e perone sx riduzione funzionale della mobilità in estensione e rotazione destra e sinistra per un quarto, ceiglia sx per un terzo, dolore, distrofismo ed ipotonia della gamba sx disturbo da stress“.

Il principio di diritto

Tanto premesso, il Tribunale di Arezzo ha ricordato che – per giurisprudenza pacifica -, “se l’atto dannoso porta, accanto al danno, un vantaggio, quest’ultimo deve essere calcolato in diminuzione dell’entità del risarcimento: infatti, il danno non deve essere fonte di lucro e la misura del risarcimento non deve superare quella dell’interesse leso o condurre a sua volta ad un arricchimento ingiustificato del danneggiato. Questo principio è desumibile dall’art. 1223 c.c. il quale stabilisce che il risarcimento del danno deve comprendere così la perdita subita dal danneggiato come il mancato guadagno, in quanto siano conseguenza immediata e diretta del fatto illecito. (…). In altri termini, il risarcimento deve coprire tutto il danno cagionato, ma non può oltrepassarlo, non potendo costituire fonte di arricchimento del danneggiato, il quale deve invece essere collocato nella stessa curva di indifferenza in cui si sarebbe trovato se non avesse subito l’illecito: come l’ammontare del risarcimento non può superare quello del danno effettivamente prodotto, così occorre tener conto degli eventuali effetti vantaggiosi che il fatto dannoso ha provocato a favore del danneggiato, calcolando le poste positive in diminuzione del risarcimento” (Cass. SS.UU. n. 12566/2018).

È noto poi che, nei giudizi di risarcimento del danno da responsabilità medica, compete al paziente che si assuma danneggiato dimostrare sia l’esistenza del danno di cui si chiede il risarcimento sia l’esistenza del nesso causale tra la condotta del medico e il predetto danno (Cass. sent. 19204/18).

La decisione

Ebbene, nella fattispecie in esame, l’attore si era limitato a lamentare un danno iatrogeno nella misura del 10% di invalidità permanente, allegando una consulenza di parte che non conteneva alcuna indicazione circa il danno che sarebbe comunque conseguito all’incidente occorso, in modo da differenziarlo rispetto a quello asseritamente derivante dalla condotta dei sanitari.

Per queste ragioni, la sua domanda è stata respinta.

Avv. Sabrina Caporale

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