La parte attrice non aveva dimostrato in alcun modo la dinamica dell’incidente: né in merito all’esistenza stessa del fatto illecito, né relativamente al nesso causale tra le lesioni lamentate e quest’ultimo

Aveva convenuto in giudizio un Comune salentino al fine di ottenere il risarcimento dei danni, ex art. 2051 c.c., a seguito di un incidente asseritamente verificatosi a causa della presenza di una buca sul manto stradale, che aveva determinato la perdita di controllo del proprio motociclo.

La domanda, tuttavia, era stata rigettata in sede di merito. La Corte territoriale, in particolare, aveva ritenuto non raggiunta la prova sulla dinamica dell’incidente in quanto sia le dichiarazioni rese dal danneggiato sia quelle rese dal teste erano prive di rilevanza ai fini del giudizio, oltre che inattendibili.

Nel rivolgersi alla Cassazione centauro lamentava, tra l’altro, la “erronea interpretazione delle prove acquisite nel giudizio di primo grado”. A suo parere, il Giudice di secondo grado non aveva motivato adeguatamente la decisone nella parte in cui aveva ritenuto irrilevanti le dichiarazioni del teste. Il ricorrente, inoltre, evidenziava che, anche a non voler considerare decisiva la testimonianza, l’intero quadro probatorio prodotto in primo grado avrebbe consentito di ricostruire in modo esaustivo la dinamica dell’incidente. La Corte non avrebbe correttamente applicato l’art. 2051 c.c. in quanto una volta provato l’esistenza dell’incidente, sarebbe spettato all’amministrazione provare il caso fortuito.

La Suprema Corte, con l’ordinanza n. 14491/2020, ha ritenuto di non aderire alle argomentazioni proposte, respingendo il ricorso.

I Giudici Ermellini hanno sottolineato come il Giudice a quo avesse considerato il teste non attendibile perché “nella sua deposizione, ha confermato quanto riferito ai carabinieri nell’immediatezza dell’incidente, vale a dire di aver visto il ciclomotore sbandare , senza alcun riferimento a insidie del manto stradale”. Tale ratio decidendi non era stata adeguatamente censurata.

Inoltre – rilevano dal Palazzaccio – è onere del ricorrente, a pena di inammissibilità, indicare in modo intellegibile ed esauriente, non solo le norme che si assumono violate ma anche, e soprattutto, le argomentazioni intese a dimostrare in qual modo, determinate affermazioni in diritto contenute nella sentenza impugnata, debbano ritenersi in contrasto con le indicate norme regolatrici della fattispecie o con l’interpretazione delle stesse fornite dalla giurisprudenza di legittimità, diversamente impedendo alla Corte regolatrice di adempiere al suo compito istituzionale di verificare il fondamento della lamentata violazione.

In conclusione, il Supremo Collegio ha ritenuto che il giudice del merito, con motivazione congrua e priva di vizi logico- giuridici, avesse ritenuto, alla luce del materiale probatorio acquisito, che la parte attrice non avesse dimostrato in alcun modo la dinamica dell’incidente: né in merito all’esistenza stessa del fatto illecito, né relativamente al nesso causale tra le lesioni lamentate e quest’ultimo.

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