Induzione farmacologica del parto ed effetti collaterali di cui la paziente non veniva informata è l’oggetto del contendere (Corte Appello Catania, sez. I, 03/02/2022, n.227).

Induzione farmacologica del parto ed omesso consenso informato. Con sentenza n. 7248/2018 del 22.12.2017/23.3.2018, la Suprema Corte, cassava la sentenza pronunciata dalla Corte di Appello con cui, in riforma della sentenza del Tribunale di Catania, aveva rigettato le domande di risarcimento del danno per responsabilità medica proposte dagli attori rigettando e dichiarando assorbiti i motivi di ricorso incidentale avanzati dalla Struttura, rinviava per l’esame della controversia alla Corte d’Appello di Catania in diversa composizione.

La Corte accoglieva il motivo con cui i ricorrenti lamentavano che la sentenza di secondo grado non aveva riconosciuto né il risarcimento del danno per la mancata acquisizione del consenso, né l’esistenza del danno conseguente alla omessa informazione dei possibili rischi collegati alla induzione farmacologica del parto.

Del pari, ha accolto i motivi di ricorso con cui i coniugi lamentano l’omesso esame del nesso di causalità fra le conseguenze dannose della induzione farmacologica del parto, trattandosi di paziente precesarizzata, considerati gli effetti collaterali del farmaco somministrato ed il mancato consenso prestato, sia il ritardo con cui il Ginecologo aveva eseguito il taglio cesareo.

Ha poi rigettato il ricorso incidentale proposto dal fallimento I.C. non avendo validità alcuna il consenso prestato verbalmente e su informazioni generiche.

Pertanto, gli attori riassumevano il giudizio innanzi alla Corte di Appello di Catania perché, applicati i principi enunciati dalla Suprema Corte, venisse confermata la sentenza di primo grado nella parte in cui aveva dichiarato la responsabilità dei convenuti per i danni patiti dai coniugi, con il pagamento della somma di Euro 1.170.000,00.

Avuto riguardo alla violazione delle norme sul consenso informato, denunciata dai danneggiati fin dal primo grado, la Suprema Corte ritiene fondato il ricorso principale con cui i ricorrenti hanno censurato la sentenza di appello per avere ritenuto che la violazione delle norme sul consenso informato escluda il diritto al risarcimento del danno per la mancata acquisizione del consenso, e del danno conseguente alla omessa informazione dei possibili rischi collegati alla induzione farmacologica del parto.

Infatti, i Giudici di secondo grado, pur ammettendo che non era stata fornita adeguata informazione sui rischi esistenti riguardo la terapia di induzione farmacologica alla paziente, e che non era stato prestato dalla paziente un valido consenso, hanno escluso -errando- sia che la violazione del diritto all’autodeterminazione potesse essere oggetto di valutazione autonoma, sia che vi fosse un nesso di causalità con le patologie che ne erano conseguite.

Sul punto l’orientamento è ormai consolidato nel riconoscere autonoma rilevanza, ai fini dell’eventuale responsabilità risarcitoria, della mancata prestazione del consenso da parte del paziente, e che ha espressamente ritenuto, così come del resto già argomentato dal Tribunale di Catania, che “la violazione, da parte del medico, del dovere di informare il paziente, può causare due diversi tipi di danni: un danno alla salute, sussistente quando sia ragionevole ritenere che il paziente, su cui grava il relativo onere probatorio, se correttamente informato, avrebbe evitato di sottoporsi all’intervento e di subirne le conseguenze invalidanti; nonché un danno da lesione del diritto all’autodeterminazione in se stesso, il quale sussiste quando, a causa del deficit informativo, il paziente abbia subito un pregiudizio, patrimoniale oppure non patrimoniale, diverso dalla lesione del diritto alla salute”.

E’ una legittima pretesa per il paziente conoscere, con la necessaria e ragionevole precisione, le conseguenze dell’intervento medico, onde prepararsi ad affrontarle con maggiore e migliore consapevolezza.

Condizione di risarcibilità di tale tipo di danno non patrimoniale è che esso varchi la soglia della gravità dell’offesa secondo i canoni già delineati da oltre un decennio, con i quali è stato affermato che il diritto, per essere oggetto di tutela risarcitoria, deve essere inciso oltre un certo livello minimo di tollerabilità, da determinarsi dal giudice nel bilanciamento con il principio di solidarietà secondo il parametro costituito dalla coscienza sociale in un determinato momento storico.

La Corte d’Appello, pertanto, ha errato perchè, dopo avere ammesso l’esistenza della violazione denunciata, ha riformato la sentenza sullo specifico punto, respingendo le pretese risarcitorie avanzate.

Ciò posto, viene verificato se il ritardo con cui venne eseguito il parto cesareo sia stata la causa delle gravissime lesioni encefaliche riportate dal neonato che lo hanno reso invalido al 100% fin dalla nascita e lo hanno condotto al decesso prematuro a soli 4 anni di età, o se invece tali patologie siano dipese da altra causa.

Il CTU ha valutato la etiologia delle patologie presenti nel bambino precisando che alcune patologie riscontrate non hanno nessuna relazione con l’ipossia trattandosi di anomalie genetiche, secondo quanto emerge dalle condotte ricerche scientifiche e considerata la predisposizione genetica familiare a malformazioni, desunta dalla zia materna sordomuta e dal fratello nato pretermine con pseudoermafroditismo maschile e ipospadia. In particolare ha affermato la natura genetica della microcefalia che si può associare ad epilessia farmacoresistente ed insufficienza mentale, nonché delle cisti cerebrali che spesso si associano ad anomalie genetiche.

Conseguentemente, applicando il criterio probabilistico, viene escluso il nesso di causalità tra la condotta imputata al Sanitario e la insorgenza delle patologie gravemente invalidanti del bambino, da ricollegarsi invece a malformazioni di tipo genetico.

Ciò comporta la modifica della sentenza di primo grado anche riguardo ai riconosciuti danni biologico, morale ed esistenziali sia iure proprio che iure ereditario liquidati in favore della coppia.  

Viene, invece, confermata la sentenza di primo grado avuto riguardo alla violazione del diritto all’autodeterminazione in assenza del consenso informato circa la terapia di induzione farmacologica per stimolare il parto, trattandosi di soggetto già cesarizzato essendo presumibile, secondo la comune esperienza, che la paziente se avesse avuto conoscenza degli eventuali rischi che ne sarebbero potuti derivare, non avrebbe prestato il proprio consenso al parto naturale.

Avv. Emanuela Foligno

Sei vittima di errore medico o infezione ospedaliera? Hai subito un grave danno fisico o la perdita di un familiare? Clicca qui

Leggi anche:

La prescrizione dell’indennizzo per le patologie derivanti da emotrasfusione

- Annuncio pubblicitario -

LASCIA UN COMMENTO O RACCONTACI LA TUA STORIA

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui