Il Tribunale di Agrigento ha condannato l’ASL a risarcire una paziente per i danni patiti a causa dell’infezione contratta in ambiente ospedaliero

La vicenda

L’attrice aveva convenuto in giudizio l’ASL al fine di ottenere la condanna al risarcimento di tutti i danni (patrimoniali e non) subiti a causa di una patologia infettiva da “Pseudomonas aeruginosa” di origine nosocomiale diagnosticatagli nel 2009 ed insorta in seguito ad una serie di ricoveri e interventi chirurgici (dal 19.07.2007 al 10.09.2008) per il trattamento di una frattura pluriframmentaria (scomposta), riportata in occasione di un infortunio sul lavoro.

Il Tribunale di Agrigento (sentenza n. 370/2016) ha accolto la domanda perché fondata nel merito.

Preliminarmente è stato riaffermato il principio di diritto secondo cui la struttura sanitaria “risponde a titolo contrattuale dei danni patiti dal paziente, per fatto proprio, ex art. 1218 cod. civ., ove tali danni siano dipesi dall’inadeguatezza della struttura, ovvero per fatto altrui, ex art. 1228 cod. civ., ove siano dipesi dalla colpa dei sanitari di cui l’ospedale si avvale” (Cass. sentenza n. 1620 del 03/02/2012).

Tale principio trova applicazione anche alla luce della previsione recata dall’art. 3, comma 1, della legge n. 189/12 (cd. legge Balduzzi).

Aderendo a questo orientamento sia la responsabilità della struttura sanitaria (contratto atipico di spedalità o di assistenza sanitaria) sia la responsabilità del medico (contratto d’opera professionale) derivano da inadempimento e sono disciplinate dall’art. 1218 c.c. Dal riconoscimento della natura contrattuale della responsabilità del sanitario discende che, in ordine alla distribuzione dell’onere della prova, è a carico del danneggiato la prova dell’esistenza del contratto e dell’aggravamento della situazione patologica (o dell’insorgenza di nuove patologie), nonché del relativo nesso di causalità con l’azione o l’omissione dei sanitari, restando a carico di questi ultimi o dell’ente ospedaliero la prova che la prestazione professionale sia stata eseguita in modo diligente e che quegli esiti siano stati determinati da un evento imprevisto e imprevedibile (Cass. sentenza n. 4400/2004; n. 9085/2006).

Dunque, in ragione della natura contrattuale del rapporto sottostante opera una presunzione semplice di responsabilità a carico sia degli enti che dei medici alle loro dipendenze ai sensi dell’art. 1218 c.c. e l’onere della prova che l’insuccesso non sia dipeso da mancanza di diligenza (e, soprattutto, di perizia professionale specifica) incombe sui medici e sugli enti di appartenenza.

Il danno da infezione nosocomiale

Con specifico riferimento alle ipotesi in cui la causa del danno sia ricondotta alla contrazione di una patologia infettiva in ambiente ospedaliero – cd. infezione nosocomiale -, graverà sulla struttura sanitaria convenuta, una volta che sia stato accertato il nesso causale tra il lamentato pregiudizio e l’infezione, l’onere di dimostrare di avere diligentemente adempiuto la “prestazione” offerta al paziente, anche sotto il profilo dell’adozione, ai fini della salvaguardia delle condizioni igieniche dei locali e della profilassi della strumentazione chirurgica eventualmente adoperata, di tutte le cautele prescritte dalle vigenti normative e delle leges artis onde scongiurare l’insorgenza di patologie infettive a carattere batterico; nonchè della prestazione, ad opera del proprio personale medico, del necessario e doveroso trattamento terapeutico successivo all’eventuale contrazione dell’infezione da parte del paziente.

In merito all’accertamento del nesso di causalità la giurisprudenza di legittimità ha accolto (sin dalla pronuncia delle Sezioni Unite penali n. 30328/ 2003) il criterio della “probabilità logica”.

Sulla scorta del principio della “ragionevole probabilità”, la Cassazione civile ha affermato che “in tema di responsabilità civile, per l’accertamento del nesso causale tra condotta illecita ed evento di danno non è necessaria la dimostrazione di un rapporto di consequenzialità necessaria tra la prima ed il secondo, ma è sufficiente la sussistenza di un rapporto di mera probabilità scientifica. In altri termini, il nesso causale può essere ritenuto sussistente non solo quando il danno possa ritenersi conseguenza inevitabile della condotta, ma anche quando ne sia conseguenza altamente probabile e verosimile” e che “è configurabile il nesso causale fra il comportamento omissivo del medico e il pregiudizio subito dal paziente qualora attraverso un criterio necessariamente probabilistico si ritenga che l’opera del medico, se correttamente e prontamente prestata, avrebbe avuto serie ed apprezzabili probabilità di evitare il danno verificatosi” (cfr. Cass. Sentenza n. 14759/2007; n. 867/2008).

La decisione

Quanto al caso di specie, il giudice siciliano ha ritenuto la struttura sanitaria direttamente responsabile per il danno subito dalla ricorrente, non avendo dimostrato la preesistenza della infezione, né tanto meno l’efficace sterilizzazione del campo operatorio, della strumentazione chirurgica adoperata e dei locali di degenza.

Per tali motivi l’ASL è stata condannata a versare alla paziente la somma complessiva di € 22.820,81, comprensiva del danno biologico permanente, dell’invalidità temporanea, nonché delle sofferenze patite da quest’ultima in termini di dolore fisico, paura, disagio e difficoltà in ragione della tipologia delle lesioni riportate e delle cure resesi necessarie, oltre alle spese mediche documentate, interessi legali e rivalutazione monetaria.

La redazione giuridica

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