Si sveglia dopo un intervento di asportazione di alcune cisti al senso e scopre che le è stata asportata l’intera mammella sinistra. Pur in assenza di un valido consenso informato è stata esclusa la responsabilità dell’equipe medica per aver agito al fine di salvaguardare la vita della paziente

La Corte di Cassazione (sentenza n. 28814/2019) ha infatti, riaffermato il principio secondo cui “Il consenso informato all’intervento medico non può mai essere presunto ma deve essere espresso, salvo che ricorra uno stato di imminente necessità”.

La vicenda

La Corte d’appello di Reggio Calabria aveva escluso il danno psichico ed esistenziale subito dalla paziente conseguente alla mancanza di valido consenso informato in relazione ad un intervento di asportazione della mammella sinistra per infiltrazioni cancerose, originariamente diagnosticate di minima estensione.

Per la cassazione della sentenza la paziente ha proposto ricorso denunciando l’errore commesso dai giudici di merito per aver ritenuto prestato una sorta di consenso informato presunto. In realtà, le era stato fatto firmare un modulo di consenso informato riguardante la prima frazione dell’intervento, quella meno invasiva di rimozione delle cisti. La paziente era stata, pertanto, sottoposta ad un trattamento sanitario senza adeguata espressione di consenso.

Ma il motivo non è stato accolto.

A giudizio degli Ermellini la corte territoriale aveva correttamente distinto i due profili, quello del danno alla salute derivante d inesatta prestazione medica e quello autonomo, derivante da mancanza di valido consenso informato.

In ordine al primo aveva escluso che vi fosse un danno alla salute, in quanto l’intervento operatorio era stato correttamente eseguito e la paziente era stata sottoposta successivamente ai necessari cicli terapeutici previsti in caso di patologia tumorale.

Quanto al secondo profilo, quello relativo alla carenza di idonea autodeterminazione a causa della mancanza di adeguata prospettazione delle possibili ulteriori necessità operatorie, la Cassazione ha rilevato l’apoditticità della doglianza difensiva posto che nel ricorso non era stato riprodotto il testo del modulo di prestazione del consenso sottoscritto dalla paziente.

Lo stato di necessità

Come premesso la paziente aveva prestato il proprio consenso solo con riferimento alla prima parte dell’intervento, quella cioè relativa alla rimozione di alcune cisti al seno e non anche alla successiva operazione di asportazione dell’intera mammella sinistra.

La corte d’appello aveva, tuttavia, evidenziato che l’asportazione della mammella era derivata dalla scoperta, nel corso dell’intervento originariamente programmato di asportazione di alcune cisti, della natura non benigna delle stesse e di un «carcinoma lobulare infiltrante con aree di carcinoma duttale e sette linfonodi del primo livello, quattro dei quali metastatici » ed aveva concluso affermando che la scelta operatoria ulteriore rispetto a quella originariamente divisata fosse stata compiuta in forza dello stato di necessità derivato dall’accertamento, in fase operatoria, mediante un esame istologico, della particolare gravità della patologia riscontrata, suscettibile di rapida estensione e della elevata probabilità che la diffusione ulteriore delle cellule cancerose avrebbe potuto vanificare o comunque rendere meno favorevole le terapie chemio e radioterapiche, con pericolo per la stessa vita della paziente. 

La decisione

L’impianto argomentativo oggetto della sentenza impugnata ha resistito alle censure mosse dalla ricorrente: « (…) è condivisibile – hanno affermato gli Ermellini – il riferimento allo stato di necessità in cui il medico operante si era trovato ad agire, dovendo scegliere tra l’attendere il risveglio della paziente, in anestesia totale, per poterla informare della necessità di procedere ad un intervento operatorio comunque necessario, per effettuarlo con ritardo di diversi giorni e nuova ed invasiva operazione (con reiterazione dell’anestesia totale) ed essendo notorio che il recupero della piena coscienza e consapevolezza dopo un’anestesia totale non è conseguenza immediata del risveglio e l’effettuare immediatamente l’asportazione del tessuto interessato delle cellule cancerose, con riduzione al minimo dell’esposizione a rischio di vita della paziente e ampia possibilità di riduzione delle necessarie conseguenti terapie».

La sentenza è apparsa, perciò, conforme al più recente approdo cui è pervenuta la Cassazione (n. 16336/2018) secondo cui il «consenso informato al trattamento medico non può mai essere presunto ma deve essere espresso, impingendo esso nel diritto del paziente ad autodeterminarsi e, conseguentemente ad esprimere egli stesso, personalmente e direttamente, le scelte che solo lui al riguardo pertengono e rispetto alle quali nessun automatismo è consentito (e tanto meno alcuna surrogazione da parte di terzi, ancorché qualificati) in relazione alla convenienza o meno del trattamento sul piano strettamente medico-sanitario, salvo che ricorra uno stato di imminente necessità ».

La redazione giuridica

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