La Procura del capoluogo di provincia lombardo indaga sul decesso di un uomo di 64 anni, morto 72 ore  dopo essere stato sottoposto a un intervento cardiochirurgico con una tecnica sperimentale che, secondo l’ipotesi accusatoria, non sarebbe stata indicata per le caratteristiche fisiche del paziente. Ai camici bianchi viene contestata una condotta imperita, imprudente e negligente

Si era sottoposto a un delicato intervento cardiochirurgico agli Spedali Civili di Brescia: una aneurismectomia del ventricolo sinistro, ovvero la rimozione di un tratto di arteria dilatata e la ricostruzione del ventricolo con una protesi tubulare. L’uomo – 64enne di origini senegalesi da anni residente nella bassa bresciana e padre di 4 figli – era  deceduto dopo il ricovero in Terapia intensiva a distanza di tre giorni dall’operazione, eseguita con una tecnica sperimentale conosciuta come Bioventrix.

E proprio la decisione di impiegare quella metodica è ora al centro di un’inchiesta della Procura della Repubblica che vede indagati per responsabilità colposa in ambito sanitario dieci medici. Si tratta, in particolare, di tutti i camici bianchi che ebbero in cura la vittima nel nosocomio del capoluogo di provincia lombardo, dalla fase della diagnosi a quella della rianimazione.

La vicenda, riportata dal Giornale di Brescia, risale al 2015. Secondo l’ipotesi accusatoria i camici bianchi all’epoca in servizio nella struttura sanitaria bresciana avrebbero agito con imperizia, imprudenza e negligenza, in quanto le caratteristiche fisiche del paziente avrebbero imposto un diverso approccio operatorio. Inoltre al 64enne non sarebbe stato mai prospettato il motivo dell’utilizzo della tecnica sperimentale rispetto a quella convenzionale generalmente impiegata per quella tipologia di interventi.

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