La CTU Medico Legale riconosce una invalidità permanente da infortunio sul lavoro nella misura del 13%, ma l’aggravamento è successivo al decennio stabilito dalla legge (Corte d’Appello di Roma, Sez. Lavoro, Sentenza n. 1001/2021 del 26/04/2021 – RG n. 3172/2018)

Il lavoratore, premettendo di avere subito in data 17.6.1997 un infortunio sul lavoro riportando lesioni all’arto destro quantificate nella misura dell’11%, percentuale confermata anche in sede di revisione dell’Inail intervenuta il 3.2.2015, ritenendo errata detta valutazione, agisce contro l ‘Istituto chiedendo il riconoscimento di un’invalidità permanente del 18%, o comunque non inferiore all’11%, con condanna alla corresponsione della relativa rendita ed al pagamento dei ratei arretrati.

Il Tribunale di Frosinone respingeva integralmente il ricorso, dichiarava irripetibili le spese di lite e poneva a carico del ricorrente le spese di CTU Medico-Legale.

La CTU espletata in primo grado, riconosceva un’inabilità del 13% a decorrere dal 16.11.2017, ma respingeva la domanda in quanto l ‘aggravamento accertato dal CTU risultava intervenuto oltre il decennio dalla costituzione della rendita dell’1.1.2015.

Il lavoratore impugna in appello deducendo che la misura del 18% doveva ritenersi esistente sin dal 5.10.2015, e comunque sin dall’epoca della revisione (3. 2.2015) e che solo nel corso del giudizio, all’udienza del 10.4.2018, l’Istituto eccepiva che l’aggravamento era intervenuto oltre il decennio, con preclusione di ogni valutazione alla luce dell’art. 83 TU n.1124/1965.

La Corte d’Appello ritiene il gravame infondato.

Emerge dalla CTU che: “Risulta dagli atti di causa che il ricorrente in data 17/06/1997, subiva infortunio sul lavoro ; che l’Inail riconosceva postumi pari al 6%. Il ricorrente chiedeva visita medica collegiale, a seguito della quale, i medici legali dell’Inail, in accordo con il medico di parte, elevavano la percentuale al 7%, valutazione confermata in occasione della visita di revisione del 24/02/2000. Il periziando chiedeva visita di revisione passiva che si effettuava il 22/07/2005, conclusasi con la conferma del 7%. In seguito a visita medica collegiale del 06/02/2007, richiesta dall’assicurato, veniva stabilita, concordemente con il medico di parte, una valutazione pari all’11%. Il 03/02/2015, in seguito a visita di revisione richiesta dall’Istituto, veniva confermata tale valutazione (11%) …Sulla base della documentazione medica agli atti e del risultato dell’esame obiettivo posso effettuare le seguenti considerazioni medico-legali: Nel caso in esame, all’esame obiettivo effettuato in occasione delle varie visite mediche in sede Inail (dall’epoca dell’infortunio fino alla più recente del 03/02/2015) è stato riscontrato: ” frattura del terzo diafisario prossimale dell’ulna destra (arto dominante) con estensione possibile fino a 145°, flessione fino a 55 – 60° e prono supinazione libera. Calcolando, con formula del Gabrielli, anche la preesistenza extralavorativa (perdita anatomica terza falange secondo dito della mano sinistra, arto non dominante, 6%) tali esiti sono stati giustamente valutati in sede Inail , pari all’undici per cento (11%) sin dal gennaio 2005. Durante la visita medico -legale da me effettuata in data 16/11/2017, ho rilevato, però, una situazione lievemente diversa rispetto a quanto valutato, precedentemente, in sede Inail. All’ispezione il gomito destro presentava aspetto dismorfico, con estensione possibile fino a 145° (controlaterale 180°) e flessione possibile fino a 55 -60°. Ho riscontrato, però, in aggiunta una lieve limitazione nella manovra di pronazione del gomito destro (controlaterale nella norma) con pronazione possibile fino a circa 70° (ridotta, quindi, di circa ¼). Gli esiti attuali, a mio avviso, possono, quindi, essere valutati nella misura del tredici per cento (13%). Sono giunta a tale valutazione considerando come punto di riferimento la percentuale riconosciuta nelle tabelle del T.U. n. 1124 DRP 30/06/1965, all. 1, da utilizzare per gli infortuni avvenuti in data antecedente al 27/07/2000. In particolare per “la valutazione del danno per le limitazioni articolari del gomito e del ginocchio” (all. 2 della pubblicazione Inail “Assicurazione contro gli infortuni in ambito domestico del 2002”) è previsto per un’estensione possibile fino a 145° e flessione fino a 55° una percentuale pari al 10%. A tale valutazione, a mio avviso, va attualmente aggiunta la piccola percentuale (2%) dovuta al parziale deficit di pronazione. Tale valore complessivo va corretto per la presenza di menomazione concorrente extralavorativa 6%(art. 78 del T.U.) che, valutato con formula di Gabrielli, risulta pari a 12,77%, arrotondato a 13% (tredici per cento)”.

L’appellante, in sede di gravame insiste che la percentuale sarebbe invece del 18%, come attestato dal proprio CTP, e che tale circostanza non veniva presa in considerazione dalla CTU.

Invero, nella CTU emerge che l’Ausiliario ha preso visione della certificazione Medico-Legale di parte.

Inoltre, il CTU nel giudizio di primo grado, ha compiutamento replicato alle critiche del CTP del ricorrente, proprio riguardo la percentuale di inabilità indicata dal CTU.

Il CTP non ha mosso alcuna contestazione alla decorrenza dell’aggravamento indicata dal CTU al 16.11.2017, riferendosi espressamente agli esiti della visita effettuata in sede peritale, sicché la generica contestazione del gravame e la conseguente pretesa di retrodatare l’aggravamento all’ottobre 2015 o addirittura al febbraio 2015 non è neppure supportata dalle operazioni peritali e da contestazioni, rimaste assenti, del consulente di parte.

Risulta, pertanto, corretto che il primo Giudice escludeva che l’aggravamento al 13% potesse essere preso in considerazione e portare all’accoglimento, anche parziale, della domanda.

Ricorda la Corte d’Appello che il periodo di dieci anni dalla data dell’infortunio durante il quale l’infortunato, dichiarato guarito senza postumi permanenti o con postumi inferiori al minimo indennizzabile, può, a norma dell’art. 83, comma 8, del DPR n. 1124 del 1965, chiedere la liquidazione di rendita se, a seguito di aggravamento, i detti postumi abbiano raggiunto la soglia di indennizzabilità, costituisce l’esclusivo periodo di osservazione entro il quale si può tenere conto dei mutamenti dello stato di inabilità del soggetto assicurato, determinandosi dopo il suo decorso una presunzione legale assoluta di immodificabilità dei postumi del fatto lesivo.

Tale termine decennale non è di prescrizione, né di decadenza, ma delimita soltanto l’ambito temporale di rilevanza dell’aggravamento o del miglioramento delle condizioni dell’assicurato, che fa sorgere il diritto alla revisione.

La Suprema Corte ha ribadito che “il dies a quo del termine di dieci anni previsto dall’art. 83, comma 8, del D.P.R. n. 1124 del 1965, entro il quale può procedersi, a domanda dell’assicurato o per disposizione dell’istituto assicuratore, alla revisione della rendita, è costituito dalla data di maturazione del diritto alla prestazione, e non già da quella del provvedimento di liquidazione o di inizio della materiale corresponsione della rendita, posto che l’atto formale ha natura meramente dichiarativa e ricognitiva”.

Per tali ragioni il ricorso viene integralmente respinto.

In conclusione, la Corte d’Appello di Roma rigetta l’appello; dichiara le spese del grado irripetibili; dà atto che sussistono in capo all’appellante le condizioni oggettive richieste dall’art. 13 comma 1 quater del DPR n. 115/2002, come modificato dall’art. 1 comma 17 L. 24.12.2012 n. 228, per il raddoppio del contributo unificato se dovuto.

Avv. Emanuela Foligno

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