La ripetizione delle somme è tendenzialmente sottratta a quella generale del codice civile in considerazione della buona fede e dell’affidamento del beneficiario (Tribunale di Velletri, Sez. Lavoro, Sentenza n. 454/2021 del 17/03/2021- RG n. 1295/2020)

L’invalido civile totale cita a giudizio l’Inps onde vederne revocato il giudizio di revisione che ne declassava la categoria di l’invalidità al 74% con obbligo di restituzione degli importi maggiorati versati.

Il Tribunale ritiene il ricorso parzialmente fondato.

Preliminarmente il Tribunale affronta la panoramica normativa della materia, regolamentata dall’art. 20, co. 2, del D.L. n. 78/2009 convertito con L. n. 102/2009, dal l’art. 5 del D.P.R. n. 698/1994, dal D.L. n. 90/2014 convertito con la L. 114/2014.

Inoltre, con riguardo alla regolamentazione delle prestazioni indebite, la L. 88/1989 stabilisce che: “1. Le pensioni a carico dell’assicurazione generale obbligatoria per l’invalidità, possono essere in ogni momento rettificate dagli enti o fondi erogatori, in caso di errore di qualsiasi natura commesso in sede di attribuzione, erogazione o riliquidazione della prestazione. 2. Nel caso in cui, in conseguenza del provvedimento modificato, siano state riscosse rate di pensione risultanti non dovute, non si fa luogo a recupero delle somme corrisposte, salvo che l’indebita percezione sia dovuta a dolo dell’interessato. Il mancato recupero delle somme predette può essere addebitato al funzionario responsabile soltanto in caso di dolo o colpa grave”.

Il ricorrente era titolare di pensione di inabilità civile ex art. 12 della L. n. 118/1971, da data anteriore al 22/5/2017; in data 22/5/2017 la parte ricorrente è stata sottoposta a visita di revisione; con atto datato 28/1/2019 l’Inps ha chiesto alla parte ricorrente la restituzione delle somme già versate nel periodo dal 1/ 6/2016 al 31/12/2018 , a titolo di pensione di inabilità civile ex art. 12 della L. n. 118/1971 , in ragione dell’avvenuto declassamento da invalido civile al 100% a invalido parziale al 74% , a seguito della predetta visita di revisione e in ragione del possesso di redditi personali di importo superiore ai limiti previsti dalla legge.

L’invalido civile totale declassato deduce, invece, che la richiesta di restituzione da parte dell’Inps sarebbe illegittima non avendo mai ricevuto dall’Istituto la comunicazione dell’esito della visita di revisione.

L’Inps non ha fornito la prova di avere regolarmente comunicato alla parte ricorrente l’esito della visita di revisione sopra menzionata.

Al riguardo, il Tribunale evidenzia che la giurisprudenza ha chiarito: “In tema di indebito assistenziale, in luogo della generale ed incondizionata regola civilistica della ripetibilità, trova applicazione, in armonia con l’art. 38 Cost., quella propria di tale sottosistema, che esclude la ripetizione, quando vi sia una situazione idonea a generare affidamento del percettore e la erogazione indebita non gli sia addebitabile. Ne consegue che l’indebito assistenziale, per carenza dei requisiti reddituali, abilita alla restituzione solo a far tempo dal provvedimento di accertamento del venir meno dei presupposti, salvo che il percipiente non versi in dolo, situazione comunque non configurabile in base alla mera omissione di comunicazione di dati reddituali che l’istituto previdenziale già conosce o ha l’onere di conoscere”.

Vanno applicati i principi di settore, propri dell’indebito assistenziale, per come ricostruiti dalla giurisprudenza la quale ha individuato, in relazione alle singole e diversificate fattispecie esaminate, una articolata disciplina che distingue vari casi, a seconda che il pagamento non dovuto afferisca, volta per volta, alla mancanza dei requisiti reddituali, di quelli sanitari, di quelli socio economici (incollocazione o disoccupazione) o a questioni di altra natura (come l’esistenza di ricovero ospedaliero gratuito nel caso dell’indennità di accompagnamento).

In termini generali, trova applicazione la regola, propria di tale sottosistema, che “esclude la ripetizione in presenza di situazioni di fatto variamente articolate, ma comunque avente generalmente come minimo comune denominatore la non addebitabilità al percepiente della erogazione non dovuta ed una situazione idonea a generare affidamento”.

Anche la Corte Costituzionale è allineata in tal senso ed ha ritenuto che operi anche “in questa materia un principio di settore, onde la regolamentazione della ripetizione dell’indebito è tendenzialmente sottratta a quella generale del codice civile”.

In applicazione di tali principi, considerato che l’Istituto non ha regolarmente comunicato alla parte ricorrente l’esito della visita di revisione del 22/5/2017 e che il ricorrente ha avuto notizia della revoca della prestazione soltanto al momento della ricezione della comunicazione del 28/1/2019, è senz’altro sussistente la buona fede del beneficiario.

Conseguentemente, le somme ricevute dopo l’accertamento della sopravvenuta insussistenza dei requisiti sanitari per conservare la pensione di inabilità civile ex art. 12 della L. n. 118/1971 (cioè dal 1/6/2017 al 31/12/2018), potrebbero essere dichiarate irripetibili.

Tuttavia, la richiesta di restituzione delle somme vantata dall’Inps deriva oltre che dalla revisione della misura dell’invalidità, anche dall’accertamento dei redditi del periodo interessato (dal 1/6/2017 al 31/12/2018).

Risulta, infatti, che in tale periodo il ricorrente era titolare di redditi superiori ai limiti previsti dalla legge al fine di poter godere della pensione di inabilità civile ex art. 12 della L. n. 118/1971.

Tale circostanza reddituale giustifica la ripetibilità delle somme da parte dell’Inps ed il ricorso viene rigettato.

Avv. Emanuela Foligno

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