Una sentenza della Corte Costituzionale ha fatto chiarezza in merito al diritto di difesa con una pronuncia estremamente importante

La Consulta interviene a tutela del diritto di difesa di cui all’art. 24 Cost, con una pronuncia che è destinata – nell’opinione di chi scrive – ad incidere in modo particolare sulla posizione dei privati cittadini, sia pure non in via esclusiva.
La sentenza 20.11.2017 n. 241, qui in commento, si pone in contrasto rispetto al complesso normativo che negli ultimi anni ha contribuito a formare ostacoli e barriere all’accesso alla giustizia: impedimenti legittimi e non palesi che però sono particolarmente gravosi per le parti private.
Si interviene ancora una volta sull’art. 152 disp. att. c.p.c. le cui riforme hanno rappresentato, negli ultimi tre lustri il maggiore elemento di criticità nell’accesso libero ed eguale di tutte le parti alla giustizia.
Un minimo di retrospezione consente di valutare come la prima storica modifica della norma in questione aveva mantenuto l’esonero dalla condanna alle spese per soccombenza nelle cause previdenziali ed assistenziali con l’eccezione prevista per coloro che superassero una determinata soglia di reddito, pari al doppio di quanto previsto dalla norma per l’ammissione al gratuito patrocinio, cosi come previsto dalla legge 326/2003, con un limite reddituale annualmente rivalutato e pari per l’anno in corso a poco più di 23mila euro.
Sappiamo che nuovamente, con legge si è riformato l’art. 152 disp. att. c.p.c. stabilendo che a partire dalla entrata in vigore della riforma, i ricorsi che non rechino al proprio interno la dichiarazione di valore devono essere dichiarati inammissibili, con pronuncia in rito. L’intervento della Consulta con la sentenza 241/2017, rileva la irragionevolezza della riforma ancorandola anche all’art. 3 Cost; globalmente considerato e sottolineando ancora una volta il sostanziale (e forse questa volta insostenibile) squilibrio insito nella radicale sanzione della inammissibilità del ricorso, in particolare nei confronti delle parti private.
Altri punti di ancoraggio sono l’art. 117 Cost. e l’art. 6 CEDU nella parte in cui prevede il diritto di accesso ad un giudice come diritto fondamentale universalmente riconosciuto, imponendo l’obbligo di definire in modo chiaro e prevedibile i presupposti di accesso ad un giudizio anche considerando che le disposizioni generali in tema di disposizioni e termini regolamentari hanno lo scopo di assicurare oltre che una corretta amministrazione della giustizia, la conformità a diritto principio che può subire una violazione anche nel caso in cui una disposizione procedimentale sia interpretata – come nel caso che ha interessato la nostra Corte Costituzionale – in maniera tale da impedire che il ricorso presentato dal privato sia esaminato nel merito.
La CEDU identifica quindi il principio della certezza del diritto con il principio di chiarezza e prevedibilità delle disposizioni normative, richiedendo espressamente che il rispetto di tale elemento cardine sia verificato in concreto avuto riguardo all’interpretazione già esistente di disposizioni simili.
Anche sotto il profilo internazionalistico quindi l’inammissibilità in rito costituisce una sanzione, secondo la Corte grave, squilibrata e non emendabile emessa per reagire ad un inadempimento formale, tale da costringere la parte che la subisca a nuovi atti di impulso giurisdizionale che non si sottraggono tuttavia ad eventuali decadenze e prescrizioni con conseguenze dirette sulla titolarità del diritto e sulla ragionevole durata del processo.
Non dimentica, peraltro, il Giudice delle Leggi come per valutare correttamente l’effetto dell’ultimo capoverso dell’art. 152 quest’ultimo debba leggersi in sistema e congiuntamente al capoverso che lo precede che vincola alla dichiarazione di valore la liquidazione delle spese alla parte vittoriosa, costituendo la prima il limite massimo della seconda.
Esiste quindi una stretta correlazione tra i due periodi – ma occorrerebbe dire fra le due norme – e la ratio sottesa al complessivo intervento legislativo di cui si è già detto è da ricercarsi nell’esigenza di evitare l’esercizio abusivo del processo, deflazionando il contenzioso dalle controversie di valore minimo (c.d. bagattellari), scoraggiando fenomeni elusivi consistenti nella mancata quantificazione del petitum con richieste di accertamento generiche e non sufficientemente quantificate e/o circostanziate. Il riferimento diretto di cui anche in sentenza alle controversie del comparto previdenziale e/o assistenziale nei quali i termini di prescrizione/decadenza sono particolarmente brevi a seconda del diritto azionato o del beneficio richiesto, rendono la sanzione dell’inammissibilità eccessivamente gravosa anche in termini di conseguenze.
Da questa considerazione discende la dichiarata irragionevolezza dell’ultimo capoverso dell’art. 152, cosi come dichiarata nella sentenza oggetto di queste riflessioni.
 

Avv. Silvia Assennato

 
 
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1 commento

  1. 24 Dicembre 2017
    Sono in causa civile poiché la Compagnia assicuratrice non mi ha riconosciuto l’indennizzo per una polizza infortuni stipulata nel 2010 quando avevo 67 anni.
    Nel 2016, all’età di 73 anni, ho subito un grave infortunio per il quale sono stato operato al rachide cervicale e ospedalizzato 8 mesi con diagnosi di tetraparesi agli arti.
    Alla richiesta di indennizzo c’è stata una risposta totalmente negativa in quanto sono stato ritenuto portatore di una artrosi cervicale pregressa responsabile quale concausa del danno subito e quindi non indennizzabile in quanto preesistente.
    In seguito ai fatti che sto narrando, ho scoperto che le assicurazioni rifiutano quasi sistematicamente di pagare lasciando all’assjcurato l’onere di provare le proprie ragioni e così facendo passano anni. E’ una realtà che non vedo quasi mai affrontata e combattuta come meriterebbe visto che ci si scontra con Compagnie che hanno a disposizione fior di avvocati, medici legali e risorse economiche importanti per cui l’assicurato non preparato, con scarse risorse economiche, quasi sempre abbandona il contenzioso.
    Questa mia lettera ha lo scopo di sensibilizzare maggiormente l’opinione pubblica e il consumatore sui rischi a cui va incontro se non attento e vigile al momento della sottoscrizione della polizza, ma ha anche lo scopo di promuovere una campagna di sensibilizzazione da parte di quelle organizzazioni, come la vostra, capaci di incidere con forza sulle strutture governative.
    Ci sono centinaia e centinaia di cause su questo specifico argomento ma pochi lo sanno e, se non attenti, ci cascano. ANGELO

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