Non può essere ridotto l’assegno divorzile all’ex moglie solo perché il coniuge obbligato non ha altre fonti di sostentamento e non riesce a mantenersi con quel che gli resta

La vicenda

Il Tribunale di Campobasso aveva respinto la richiesta di modifica dell’importo dell’assegno divorzile di 450 euro, concordato in sede di ricorso congiunto di divorzio, in favore della moglie ed a carico del marito. La Corte d’appello di Campobasso con proprio decreto aveva confermato la pronuncia.

Contro tale decisione l’ex coniuge ha proposto ricorso per cassazione denunciando la violazione e falsa applicazione degli articoli 5, 6 e 9 della legge n. 898 del 1970, in quanto il giudice territoriale non aveva tenuto conto della situazione economica delle parti e della conseguente sproporzione delle rispettive posizioni reddituali nonché dell’impossibilità per il ricorrente di mantenersi con il solo importo di 450 euro mensili che residuava dopo il pagamento del mutuo immobiliare di 360 euro e dei 450 euro versati alla moglie come stabilito in sede di divorzio congiunto, considerato che egli non disponeva di alcun’altra fonte di sostentamento.

Al contrario, l’ex moglie, prima disoccupata e attualmente, beneficiaria del predetto assegno mensile di divorzio, aveva trovato impiego come badante con retribuzione mensile di 500 euro.

Il giudizio di legittimità

Tali censure non hanno trovato accoglimento in Cassazione (ordinanza n. 6982/2020). In particolare, il Supremo Collegio ha inteso confermare la pronuncia di merito, in quanto conforme alla pronuncia delle Sezioni Unite n. 18287/2018 e all’ancor più recente ordinanza della Prima Sezione Civile, la quale ha affermato che: “l’assegno di divorzio ha una imprescindibile funzione assistenziale, ma anche, e in pari misura, compensativa e perequativa. Pertanto, qualora vi sia uno squilibrio effettivo, e di non modesta entità, tra le condizioni economico-patrimoniali degli ex coniugi, occorre accertare se tale squilibrio sia riconducibile alle scelte comuni di conduzione della vita familiare, alla definizione dei ruoli all’interno della coppia e al sacrificio delle aspettative di lavoro di uno dei due. Laddove, però, risulti che l’intero patrimonio dell’ex coniuge richiedente sia stato formato, durante il matrimonio, con il solo apporto dei beni dell’altro, si deve ritenere che sia stato già riconosciuto il ruolo endofamiliare dallo stesso svolto e- tenuto conto della composizione, dell’entità e dell’attitudine all’accrescimento di tale patrimonio – sa stato già compensato il sacrificio delle aspettative professionali oltre che realizzata con tali attribuzioni l’esigenza perequativa, per cui non è dovuto, in tali peculiari condizioni, l’assegno di divorzio”.

Nel caso in esame, la decisione impugnata aveva preso in considerazione la situazione economica delle parti ed in particolare la nuova attività lavorativa della moglie. Tale circostanza non era stata trascurata dal giudice territoriale che aveva lasciato immutato l’assegno divorzile a 450 euro, pur tenendo conto del sopravvenuto reddito mensile della moglie di 500 euro.

Per queste ragioni, il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna alla spese del ricorrente in favore della controparte.  

La redazione giuridica

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