Confermato il licenziamento del dipendente che, oltre a porre in essere operazioni irregolari, si era fatto assecondare dai propri colleghi di lavoro

Il licenziamento del dipendente

La Corte d’appello di Milano, in parziale riforma della sentenza di primo grado, aveva respinto la domanda di annullamento del licenziamento per giusta causa intimato dalla società datrice di lavoro ad un proprio dipendente, responsabile di struttura operativa con mansioni di responsabile gestione operativa di una filiale, per aver posto in essere una pluralità di operazioni irregolari volte all’emissione di un vaglia postale senza immediato versamento della provvista mediante il coinvolgimento spontaneo di altri dipendenti di cui aveva carpito la fiducia.

La Corte di merito, ritenendo sussistente la giusta causa del licenziamento aveva respinto il reclamo proposto dal lavoratore, rilevando che i fatti, pienamente accertati in sede di istruttoria (di fonte testimoniale e documentale), dovevano ritenersi integrare gli estremi della giusta causa, e in specie, la previsione dell’art. 54, comma VI, lett. k), del CCNL del settore, essendo emerso che il lavoratore, pur di far fronte ad un proprio debito personale, non avesse esitato a porre in essere e a far porre in essere una serie di operazioni contrarie alle leggi, regolamenti e doveri d’ufficio, carpendo la fiducia riposta nei suoi confronti dagli altri colleghi in ragione sia della stima nutrita sia della posizione sovraordinata e di responsabilità rivestita in azienda (seppur non direttamente nei loro confronti).

Il giudizio di legittmità

La Corte di Cassazione (Sezione Lavoro, sentenza n. 8798/2020) ha confermato la decisione della corte milanese la quale aveva accertato, con motivazione coerente e immune da vizi logici, che la condotta del dipendente fosse stata “sicuramente posta in essere in violazione dei principi di onestà, correttezza e trasparenza ed assumesse particolare rilievo in relazione alla posizione di responsabilità ricoperta dallo stesso e dal servizio di pubblica rilevanza”.

Il materiale probatorio acquisito in giudizio aveva smentito la tesi della buona fede sostenuta dal reclamante.

Invero, la Corte d’appello aveva accertato la complessità dei comportamenti tenuti dal dipendente consistenti non solo nel compimento di operazioni irregolari posti in essere con la consapevolezza di non avere la necessaria provvista per ottenere l’emissione del vaglia, ma altresì nell’aver carpito, senza alcuno scrupolo, la fiducia di tre colleghi indotti ad assecondarlo in considerazione dell’ascendente esercitato dal collega per il ruolo di responsabilità ricoperto in azienda e per la fiducia nello stesso riposta.

Avv. Sabrina Caporale

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