Accolto in Cassazione il ricorso di una donna che chiedeva il risarcimento del danno patito a causa di una malattia infettiva (HCV) contratta in conseguenza di una emotrasfusione

“L’accertamento del momento in cui ad un paziente viene resa nota l’esistenza della sua malattia, da solo, non è sufficiente per desumerne che a partire da quel momento il paziente sia anche consapevole della causa della malattia. Pertanto, in mancanza di ulteriori elementi, l’exordium praescriptionis del diritto al risarcimento del danno consistito nella contrazione di una malattia infettiva, causata da un fatto illecito, non può farsi decorrere dal momento della sola comunicazione al paziente dell’esistenza della malattia”.

E’ il principio di diritto in base al quale la Cassazione, con l’ordinanza n. 14480/2020, ha cassato con rinvio la sentenza con cui la Corte di appello, in conferma della decisione di primo grado, aveva rigettato, per intervenuta prescrizione, la pretesa risarcitoria avanzata nel 2013 da una donna nei confronti  del Ministero della Salute, per il danno patito a causa di una infezione da virus HCV, contratta in conseguenza d’una emotrasfusione cui si era sottoposta nel 1983.

La Corte di appello, in particolare, aveva condiviso il giudizio di intervenuta estinzione del diritto al risarcimento del danno per prescrizione sul presupposto che: il contagio era avvenuto nel 1983; il primo atto interruttivo era stato compiuto del 2012; la vittima sin dal 1997 “aveva piena contezza della malattia, e della sua origine trasfusionale”.

Nell’impugnare la decisione davanti ai Giudici della Suprema Corte la ricorrente deduceva che il diritto al risarcimento del danno patito in conseguenza di una emotrasfusione con sangue infetto, come in tutti i casi di danni cosiddetti “a decorso occulto”, decorre non dal momento in cui il danno si sia concretamente verificato, ma dal momento in cui il danneggiato può percepirne da un lato l’esistenza, e dall’altro la sua riconducibilità al fatto ingiusto commesso da un terzo.

Nel caso di specie, il contagio da lei contratto ebbe aveva avuto un andamento silente per lunghi anni, e solo nel 2008 si era verificata “una precipitazione della situazione clinica”, sicché solo in tale occasione la paziente aveva saputo ufficialmente di essere ammalata di epatite “C”, e che a causare la malattia era stata la trasfusione cui si era sottoposta 25 anni prima. In precedenza, ed in particolare nel periodo intercorso fra il 1983 ed il 1997, gli esami effettuati avevano evidenziato soltanto alterazione di taluni valori ematici, circostanza di per sé non sufficiente ad integrare la consapevolezza necessaria circa l’esistenza di un danno ingiusto, e di conseguenza a far scattare il decorso del termine di prescrizione.

La corte d’appello, dunque, a detta della donna, aveva errato nel ritenere che la semplice conoscenza dell’esistenza d’una malattia infettiva fosse di per sé sufficiente a far decorrere la prescrizione del diritto al risarcimento del danno nei confronti di chi quella malattia aveva causato.

La Cassazione ha ritenuto fondato il motivo del ricorso.

In base alla giurisprudenza di legittimità – rilevano dal Palazzaccio – nel caso di danni a decorso occulto, l’exordium praescriptionis va individuato nel momento in cui il danneggiato, con l’ordinaria diligenza esigibile dal cittadino medio, sia in grado di avvedersi non solo dell’esistenza del danno, ma anche della sua derivazione causale dalla condotta illecita d’un terzo. Nel caso di specie la sentenza impugnata aveva prestato un ossequio solo apparente a tale principio.

La Corte d’appello infatti, aveva esordito affermando che “l’attrice era consapevole del danno lamentato e della sua riferibilità all’evento lesivo specifico (ossia alle trasfusioni di sangue praticatele nel 1983) sin dal 1997”, salvo poi elencare le fonti di prova dalle quali aveva tratto la dimostrazione della consapevolezza, in capo alla danneggiata, della riconducibilità causale della sua malattia alla trasfusione del 1983. Ed in questo elenco la sentenza dava atto di aver esaminato: una consulenza tecnica d’ufficio, dalla quale risultava che nel 1993 alla ricorrente era stato diagnosticato un innalzamento lieve delle transaminasi; tre esami ematici, eseguiti nell’arco di un quadriennio (dal 1991 al 1994), i quali pure avevano evidenziato la permanenza di elevate transaminasi; una analisi di laboratorio del 1997, che aveva rilevato la presenza di anticorpi anti-HCV; una analisi del 1998, all’esito della quale la paziente era risultata positiva per la ricerca del genoma virale HCV-RNA; una analisi del 2007 all’esito della quale la paziente era risultata positiva alla ricerca degli anticorpi anti-HCV.

Tutti gli atti elencati dalla Corte d’appello, secondo gli Ermellini, certamente consentivano di affermare che la paziente fosse a conoscenza di essere ammalata, ma da quegli atti, tuttavia, non risultava affatto che la paziente, oltre a sapere di essere ammalata, sapesse anche, o potesse sapere con l’uso dell’ordinaria diligenza, che causa della malattia fosse la trasfusione eseguita nel 1983.

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