Accertata la malattia professionale per mobbing il datore di lavoro viene condannato al risarcimento del danno non patrimoniale differenziale (Tribunale di Frosinone, Sez. Lavoro, Sentenza n. 79/2021 del 23/04/2021-RG n. 559/2017)

Il lavoratore cita a giudizio il suo datore di lavoro onde vederne accertata la responsabilità nella causazione della malattia professionale per mobbing e ottenere il risarcimento del danno differenziale.

In particolare il lavoratore deduce: 1) aveva contratto una malattia professionale derivante dalla condotta mobizzante e demansionante posta in essere dalla società ai suoi danni nel contesto del rapporto di lavoro intercorso con la stessa dal 2005 al 2010; 2) in particolare, era stato demansionato da parte della società sostanzialmente sin dal gennaio 2005, essendo rimasto privo a decorrere da tale data di veri e propri incarichi ed essendo stato assegnato formalmente ad una unità organizzativa di fatto inesistente; 3) aveva, in conseguenza, maturato una situazione di prostrazione psicologia tale da comportare l’insorgenza di una patologia psichica, già accertata in sede giudiziale nei confronti dell’I.N.A.I.L. all’esito del giudizio instaurato innanzi il Tribunale di Frosinone, recante R.G. n.1902/2012, definito con sentenza n.790 del 17.12.2015; 4) la convenuta era tenuta a corrispondergli il c.d. danno differenziale, quantificato in complessivi euro 263.930,00, oltre interessi e rivalutazione monetaria.

Si costituisce in giudizio la Società datrice contestando integralmente le richieste avversarie, e opponendosi a tutte le istanze e domande proposte da controparte.

La causa viene istruita attraverso prove testimoniali e CTU Medico-Legale e la domanda del lavoratore viene considerata fondata.

L’istruttoria ha confermato che il ricorrente veniva demansionato per tutto il periodo dal 2005 al 2010.

In particolare, dal gennaio del 2005, gli fu tolto ogni incarico e fu collocato all’interno dell’azienda nella sede di Frosinone, senza avere un ufficio e dotazioni e tutti i numerosi testi escussi hanno confermato la circostanza.

Risulta, altresì confermato, che anche negli ultimi undici mesi di rapporto lavorativo, il lavoratore, trasferito di sede, rimaneva ancora inattivo e privo di qualsivoglia attività da svolgersi.

In definitiva, la ricostruzione dei fatti di causa operata in ricorso è stata sostanzialmente confermata dai testi escussi che hanno evidenziato che l’attore fu posto per il lungo periodo dal 2005 al 2010 in una situazione di forzosa inattività e che, comunque, fu gravemente demansionato rispetto alla qualifica di quadro posseduta, in violazione palese del disposto dell’art.2103 c.c., che, nella versione applicabile ratione temporis, attribuiva al datore di lavoro il diritto e il dovere di adibire il lavoratore alle mansioni per le quali è stato assunto, o a quelle corrispondenti alla categoria superiore che abbia successivamente acquisito, ovvero a mansioni equivalenti alle ultime effettivamente svolte, senza alcuna diminuzione della retribuzione e della professionalità acquisita.

L’attore deduce che in considerazione della condotta del Datore di lavoro maturava una situazione di prostrazione psicologia tale da comportare l’insorgenza di una patologia psichica, già accertata in sede giudiziale nei confronti dell’I.N.A.I.L. all’esito del giudizio instaurato innanzi il Tribunale di Frosinone, recante R.G. n.1902/2012, definito con sentenza n.790 del 17.12.2015.

Ciò pacifico, osserva il Tribunale che dal demansionamento derivano svariati danni, e, in particolare, un indubbio pregiudizio valutabile economicamente (danno patrimoniale) consistente nel depauperamento della professionalità con eventuale perdita di chances di maggior guadagno, sia un pregiudizio di carattere non patrimoniale, consistente nella lesione del diritto del lavoratore alla libera esplicazione della propria personalità sul luogo di lavoro, nonché la possibile lesione del diritto alla integrità fisica.

Il demansionamento si risolve dunque in una offesa della dignità del lavoratore, ovverosia del valore morale della persona, tutelata dalla Costituzione come diritto inviolabile, anche nella formazione sociale rappresentata dall’impresa.

In tale ottica, anche l’art. 2087 c.c. riguarda lo stesso interesse del lavoratore, dal momento che obbliga il datore di lavoro a tutelare la sua personalità morale.

Quindi in caso di demansionamento, concreto ed accertato, si è in presenza di una ingiustizia qualificata che lede una protezione accordata espressamente dalla legge e che origina il diritto al risarcimento del danno alla persona.

Tale risarcimento deve riguardare il complessivo danno alla personalità, cagionato dalla lesione del diritto alla libera esplicazione della personalità nel luogo di lavoro (danno non patrimoniale alla professionalità in senso soggettivo), e dalla lesione alla capacità professionale del lavoratore derivante o dall’impoverimento della capacità acquisita o dalla mancata acquisizione di una maggiore capacità, nonché dal pregiudizio all’immagine ed alla dignità personali e dal pregiudizio alle chances professionali.

Va, dunque, tenuta in considerazione, ai fini della monetizzazione, la sostanziale e accertata inattività per cinque anni del lavoratore e il danno biologico.

La C.T.U. medico legale ha accertato che il ricorrente è affetto da un disturbo di adattamento con ansia e da una cardiopatia ipertensiva con tachiaritmia ed esiti di cardio -ablazione e che tali patologie sono in relazione causale con le vicende lavorative occorse alle dipendenze della società convenuta.

In particolare, il CTU ha evidenziato che “il quadro patologico è indubbiamente derivato dall’ambiente e dall’organizzazione del lavoro e, in particolare, dalla subìta marginalizzazione dalla attività lavorativa, dallo svuotamento delle mansioni, dalla mancata assegnazione dei compiti lavorativi con inattività forzata, dalla mancata assegnazione degli strumenti di lavoro, dalla prolungata attribuzione di compiti dequalificanti rispetto al profilo professionale posseduto. I descritti fattori di stress hanno determinato, sia in termini di apprezzabile incidenza causale che di plausibile aggravamento del quadro clinico, il disordine psico -fisico osservato a carico dell’attore, creando nel ricorrente un continuo stato d’allarme esitato nei sintomi reattivi dell’ansia con la loro espressione sul piano psico -somatico e nelle alterazioni del ritmo cardiaco denunciate ed osservate, trattate, peraltro, con 3 interventi di ablazione chirurgica, ed infine nello stato di ipertensione arteriosa…(..).. il complessivo quadro patologico riconducibile causalmente alle vicende lavorative occorse al ricorrente alle dipendenze della società convenuta ha determinato a suo carico un periodo di inabilità temporanea assoluta pari a giorni 40 ed un periodo di inabilità temporanea parziale pari a giorni 40, nonché una riduzione della integrità psicofisica pari al 14 -15% di danno biologico (quattordici-quindici percento).”

Secondo il Tribunale, l’entità globale del danno biologico accertato rende possibile anche una valutazione equitativa della riduzione della capacità relazionale e del conseguente danno esistenziale, quale seria compromissione peggiorativa della qualità della vita dell’attore e delle attività relazionali della sua personalità costituzionalmente tutelate.

Utilizzando le Tabelle milanesi, il danno biologico permanente viene liquidato nella somma di euro 26.812,00, e quello temporaneo viene liquidato in euro 5.880,00.

Inoltre, considerando le componenti esistenziale e morale, il Tribunale addiviene, a titolo di danno non patrimoniale, all’importo complessivo di euro 45.000,00.

A tale somma va detratto quanto già liquidato dall’I.N.A.I.L. a titolo di indennizzo di cui all’art.13 del D. Lgs. n.38/2000, per il danno biologico subito dal ricorrente accertato con sentenza n.790/2015 del Tribunale di Frosinone.

Venendo al danno differenziale, il Tribunale svolge alcune premesse di carattere storico e sistematico ed evidenzia che tale danno può essere inteso in due accezioni.

In senso qualitativo costituiscono danno differenziale le tipologie di danno non riconducibili alla copertura assicurativa obbligatoria, quali ad esempio il danno biologico da invalidità temporanea, il danno morale.

Prima dell’entrata in vigore dell’art.13 D.Lgs. n.38/2000 era indirizzo giurisprudenziale pacifico quello per cui “in caso di operatività dell’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro, l’esonero del datore di lavoro dalla responsabilità civile per i danni occorsi al lavoratore infortunato e la limitazione dell’azione risarcitoria di quest’ultimo al cosiddetto danno differenziale nel caso di esclusione di detto esonero per la presenza di responsabilità di rilievo penale, a norma dell’art.10 D.P.R. n.1124 del 1965 e delle inerenti pronunce della Corte costituzionale, riguarda la sfera dell’ambito della copertura assicurativa, cioè il danno patrimoniale collegato alla riduzione della capacità lavorativa generica, e invece – in armonia con i principi ricavabili dalle sentenze della Corte costituzionale n.356 e 485 del 1991 e con il conseguente nuovo orientamento della giurisprudenza ordinaria sui limiti della surroga dell’assicuratore – non riguarda il danno alla salute o biologico e il danno morale di cui all’art.2059 cod. civ., entrambi di natura non patrimoniale, al cui integrale risarcimento il lavoratore ha diritto ove sussistano i presupposti della relativa responsabilità del datore di lavoro.

L’indennizzo del danno biologico, introdotto dalla nuova normativa, non preclude il diritto del danneggiato al risarcimento del danno biologico differenziale, inteso in senso quantitativo.

Dal punto di vista della teoria generale del diritto, il termine indennizzo, che è quello erogato dall’Inail, indica un concetto del tutto distinto da quello del risarcimento, posto che il risarcimento è commisurato all’esatta misura del danno, mentre l’indennizzo non copre necessariamente tutte le voci di danno eventualmente scaturite dall’evento.

Inoltre, il risarcimento presuppone necessariamente la sussistenza di un illecito, mentre le prestazioni assicurative erogate dall’Inail non sono ancorate all’esistenza di un illecito civile e sono garantite, a prescindere dalla colpa dell’autore della condotta dannosa.

Difatti, l’assicurazione obbligatoria Inail prevede la corresponsione di un minimum sociale garantito anche nelle ipotesi in cui non sia ravvisabile colpa di terzi: il rischio dell’infortunio dovuto a caso fortuito o a colpa dello stesso lavoratore si sposta così sulla collettività.

Il lavoratore è allora legittimato a richiedere quanto non indennizzato dall’Istituto direttamente al proprio datore di lavoro civilmente responsabile.

In conclusione, il Tribunale accerta e dichiara la responsabilità della società convenuta in ordine all’insorgenza a carico dell’attore delle malattie del disturbo da adattamento con ansia e della cardiopatia ipertensiva; condanna la società convenuta a risarcire all’attore il danno non patrimoniale subito, quantificato in euro 45.000,00, oltre interessi, somma dalla quale va detratto quanto liquidato dall’Inail a titolo di indennizzo di cui all’art.13 del D. Lgs. n.38/2000, per il danno biologico subito; compensa tra le parti, nei limiti di 1/3, le spese di lite, ponendo a carico della società convenuta la residua parte, liquidata in euro 5.906,05, oltre accessori; pone definitivamente a carico della società convenuta le spese di CTU Medico-Legale, liquidate in complessivi euro 1.500,00, oltre accessori.

Avv. Emanuela Foligno

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