Condannato e poi assolto dall’accusa di omessa corresponsione del contributo per il mantenimento del figlio minore; ma per i giudici della Suprema Corte il processo è da rifare: nessuna prova aveva, infatti, dimostrato che i problemi di salute dell’imputato avessero determinato l’assoluta impossibilità di svolgere un’attività lavorativa

La Corte d’appello di Trento, riformando la sentenza di primo grado, aveva assolto l’imputato dall’accusa di omessa corresponsione del contributo per il mantenimento del figlio minore, perché il fatto non costituiva reato.

Contro tale pronuncia aveva presentato ricorso per cassazione il Procuratore generale presso la Corte d’appello lamentando la violazione di legge e la contraddittorietà della motivazione in relazione alla ritenuta assenza di prova certa ed inequivocabile dell’intenzionalità e consapevolezza dell’imputato di sottrarsi all’obbligo di contribuire al mantenimento del proprio figlio.

Ebbene, il ricorso è stato accolto perché fondato. (Corte di Cassazione, Sesta Sezione Penale, sentenza n. 6227/2020).

Per i giudici del Supremo Collegio, la corte di merito “aveva omesso di confrontarsi criticamente con l’insieme delle contrarie argomentazioni coerentemente poste dal primo Giudice a fondamento della sentenza di condanna a carico dell’imputato ed in particolare al fatto che: a) le condizioni di salute in cui egli versava non ne avevano determinato uno stato di totale e persistente incapacità economica, avendo egli affermato, nel corso dell’esame dibattimentale, di aver lavorato, sia pure saltuariamente, e di aver guadagnato la somma di circa 500 euro al mese; b) l’imputato non aveva dimostrato di essersi attivato per cercare un’attività lavorativa nei periodi – non precisati – in cui sarebbe stato disoccupato; c) le sue dichiarazioni rese in merito alle patologie (al cuore e alla schiena) da cui sarebbe stato affetto risultavano comunque generiche, poiché non era emersa alcuna prova del fatto che queste avessero determinato l’assoluta impossibilità di svolgere un attività lavorativa, posto che egli stesso aveva riferito di aver, in precedenza, lavorato; d) ed infine, anche la documentazione medica prodotta in giudizio non dimostrava affatto la presenza di un impedimento assoluto a far fronte all’obbligo di contribuzione stabilito per il figlio minore.

La decisione

Inoltre, la corte territoriale non aveva fatto buon dei principi di diritto stabiliti dalla Suprema Corte secondo cui il giudice dell’appello che riformi in senso assolutorio la sentenza di condanna di primo grado, pur non avendo l’obbligo di rinnovare l’istruzione dibattimentale, mediante l’esame dei soggetti che hanno reso dichiarazioni ritenute decisive, è comunque tenuto ad offrire una motivazione puntuale e adeguata, che fornisca una razionale giustificazione della difforme conclusione adottata (Sez. Unite, n. 14800/2017).

Per queste ragioni il ricorso della pubblica accusa è stato accolto con conseguente annullamento della sentenza impugnata e rinvio della causa ad altra sezione della corte d’appello per un nuovo giudizio.

La redazione giuridica

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