La nullità del matrimonio non può essere fatta valere se l’unione si è protratta per oltre tre anni

Cosa se succede se dopo quasi dieci anni di matrimonio e una figlia il marito scopre la sua omosessualità? Il matrimonio può considerarsi nullo, oppure considerata la durata e la presenza di una figlia deve ritenersi comunque ampiamente realizzato il legame coniugale? A questi quesiti ha risposto la Cassazione con la sentenza n. 19329/2020.

Nel caso di specie il marito conveniva in giudizio la moglie dinanzi al tribunale ecclesiastico per sentir dichiarare la nullità del matrimonio per un vizio genetico del matrimonio. La corte d’appello e la corte di cassazione rigettavano il ricorso a causa del protrarsi per oltre un triennio dalla data di celebrazione del matrimonio, considerato come dies a quo.

Il mancato riconoscimento della sentenza di nullità pronunciata dal tribunale ecclesiastico è dovuto al protrarsi del matrimonio inteso come comunione di vita dei due coniugi e non soltanto come mera coabitazione degli stessi.

Il matrimonio, inteso come rapporto, costituisce infatti sintesi di molteplici aspetti e dimensioni del realizzarsi della vita matrimoniale e familiare che si traducono, su un piano giuridicamente rilevante, in diritti, doveri, responsabilità, conformandosi così alla fattispecie delineata e prevista dall’ art. 2 Cost., come un unico contenitore, di una pluralità di diritti inviolabili, di doveri inderogabili, di responsabilità, di aspettative legittime e di legittimi affidamenti dei componenti della famiglia, sia come individui sia nelle relazioni reciproche.

Il matrimonio diviene pertanto situazione giuridica di ordine pubblico italiano ostativa alla dichiarazione di efficacia della sentenza di nullità pronunciata dal tribunale ecclesiastico per qualsiasi vizio genetico del matrimonio-atto.

La Corte d’Appello e la suprema corte hanno privilegiato, nella loro valutazione, il protrarsi per oltre 10 anni del rapporto matrimoniale, rispetto alla scoperta dell’omosessualità del marito da parte della moglie, che sarebbe stata l’unica titolata a far valere il vizio del consenso.

Avv. Claudia Poscia

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