Per definizione, “il mobbing è costituito da una condotta protratta nel tempo e diretta a ledere il lavoratore”. Questa condotta tenuta nei confronti del lavoratore all’interno dell’ambiente lavorativo può essere condotta  dal datore di lavoro o dal superiore gerarchico.

Questo sistema di violenza, oltre che rendere il posto di lavoro un incubo, è molto difficile da tracciare. La causa di questa difficoltà è dovuta al fatto che il fenomeno in sé è molto complesso e non è supportato da una legislazione ad hoc che riesca a contenerlo. Secondo il monitoraggio effettuato dall’ISPESL (l’Istituto per la prevenzione e la sicurezza del lavoro) risalente al 2013, sono circa un milione  e mezzo i lavoratori italiani vittime del mobbing su 21 milioni di occupati.

Secondo l’istituto di ricerca, il fenomeno è più presente al Nord (65%) e colpisce maggiormente le donne (52 %). Meno dei tre quarti delle vittime lavora nella pubblica amministrazione, con una produttività che cala, secondo le stime, del 70% dopo i primi episodi di violenza. Come spiega Fernando Cecchini dello Sportello Disagio Lavorativo – Mobbing INAS CISL:  “il 23,5% dei lavoratori dichiara di aver subìto almeno una volta forme di sopruso o persecuzione da parte del datore di lavoro. E, secondo l’ultimo rapporto Eurispes, i superiori restano i principali responsabili (87,6 per cento) ma spesso l’aguzzino è un collega (39,2 %). Si tratta del cosiddetto “mobbing orizzontale o trasversale” che, attraverso atti o pratiche dei pari grado, tende a isolare il lavoratore”.

Questa pratica di persecuzione può nascere e agire in ogni ambiente lavorativo, anche quello meno insospettabile come quello scolastico. Spiega Gianni Favro, presidente del Movimento Nazionale contro il Mobbing ai Lavoratori Onlus:

[quote_box_left]“Solo nella scuola si contano 75mila docenti mobbizzati a causa dell’autonomia scolastica avvenuta dal 1999/2000 e a causa dello strapotere dei dirigenti. La cronaca ormai è piena di casi di suicidi. E’ un fenomeno in crescita difficile da valutare perché l’austerità crea situazioni di disagio all’interno delle aziende, le quali devono risparmiare e trovano nella tattica del mobbing il sistema per licenziare/espellere i lavoratori con una selezione discriminante”.[/quote_box_left]

Tra i soggetti più vessati troviamo  le donne incinte, considerate un vero fardello per l’azienda. Arma a doppio taglio in quanto le donne mobbizzate, per esempio, restano di più a casa quando uno dei figli si ammala. Rispetto agli uomini, poi, “sono molte di più le donne che usufruiscono delle agevolazioni previste dalla legge 104/92 per la cura dei disabili, quindi sono loro, di solito, a occuparsi di familiari gravemente ammalati e le assenze, di massimo tre giorni al mese, danno fastidio”.

La maggior parte dei problemi causati dal mobbing, va detto, non riguardano solo il lavoro. Il dolore del mobbizzato può riversarsi in ogni ambito della propria come nella sfera amicale, nei rapporti sessuali, nel rapporto coi figli. A tutto questo, poi, si aggiungono patologie di natura psicologica e fisica. Nel suo libro libro “Come il mobbing cambia la vita” (Ferrari Sinibaldi, 2012, 230 p.), Cecchini parla della natura psico – sociale del fenomeno:

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“Il lavoro non solo soddisfa i bisogni economici ma dà uno status socialmente riconosciuto ed apprezzato e consente all’individuo di esprimersi in ciò che sa fare. Nelle situazioni di mobbing l’impiego professionale diventa invece fonte di grandi sofferenze che portano, in genere, a trasformazioni durature del sé.

Il mobbizzato – continua il coordinatore dello sportello INAS CISL – è costretto a subire continue ferite, è esposto in azienda a fenomeni di prepotenza o discriminazione, può essere oggetto di ricatti in funzione di molestie sessuali, può subire atteggiamenti persecutori e impedimenti alla carriera a causa della maternità, è dequalificato, deve cambiare radicalmente lavoro con perdita di professionalità e di esperienza, a volte è lasciato inattivo, inoperoso, senza far nulla, altre volte viene isolato dai colleghi; in alcuni casi gli viene chiesto di andare in pensione anticipatamente, in altri può avere grosse difficoltà finanziarie per spese mediche e legali o è costretto a chiedere aiuto economico al partner sentendosi un peso”.[/quote_box_center]


Come capire se si è vittima di mobbing?

Per Fernando Cecchini esistono degli strumenti per capire se siamo vittime di mobbing. Ecco il test proposto dall’esperto:

  • Sei discriminato?
  • Ti senti spesso depresso?
  • Anche i colleghi ti evitano?
  • Sul tuo lavoro ricevi sempre commenti negativi?
  • La mattina senti il rifiuto di recarti al lavoro?
  • Ti domandi cosa sta succedendo, cosa puoi fare?
  • Il capoufficio è scostante e ti tratta con sufficienza?
  • Nessuno t’invita durante la pausa del caffè o di mensa?
  • Ti vengono affidati lavori dequalificanti o senza senso?
  • Quando entri in una stanza la conversazione s’interrompe?
  • Con puerili motivazioni vieni escluso dalle riunioni aziendali?
  • Da qualche tempo in ufficio noti strani atteggiamenti nei tuoi confronti?

Reagire è fondamentale

Rivolgersi a uno sportello ad hoc  è fondamentale. L’incontro con gli specialisti risulta essere importante perché queste figure riescono a dare indicazioni su cosa fare, come raccogliere testimonianze. Il consiglio che danno gli esperti è quello di non perdere assolutamente tempo. Non bisogna perdere né il lavoro, né perdere la dignità.

2 Commenti

  1. è da due anni che ricevo quanto da voi indicato in tema di mobbing e nonostante le mie segnalazioni ai sindacati spisal di treviso dtl di treviso e ovviamente all’ufficio del personale non ho concluso niente!!!!!!!!! Adesso e da circa 5 mesi che mi hanno trasferiti a 200 km da casa senza riconoscermi neanche un euro per le difficolta economiche che bisogna affrontare ( affitto vitto autostrada benzina etc.) al contrario mi hanno ritirato la macchina aziendale che avevo da 12 anni!!!!
    personalmente credo che questi signori che dovrebbero tutelare il lavoratore non gli importi nulla del suo destino lasciandolo da solo contro l’azienda.
    ho esercitato il ruolo di capocuoco per 15 anni e gestioni clienti (ecco il perche dell’auto aziendale) ma all’improvviso l’azienda per una riorganizzazione aziendale ha deciso di farmi fuori con tutti i mezzi cosicche dopo una malattia di 3 mesi per depressione ansiosa correlata al lavoro mi ha trasferito a 200 km da casa assumendo un altro capo cuoco al posto mio
    Buonasera

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