Morte del lavoratore addetto alle opere di scavo: in primo e secondo grado gli imputati vengono assolti (Cassazione penale, sez. IV, dep. 02/05/2022, n.16831).

Morte del lavoratore.  La Corte di appello di Bari, ha confermato la sentenza con la quale il il Tribunale di Trani assolveva gli imputati dall’imputazione di cui agli artt. 113 e 589 c.p., per non aver commesso il fatto, condannando le parti civili appellanti al pagamento delle spese processuali.

Agli imputati, nelle rispettive qualità di datore di lavoro e subalpattante, era stato contestato di aver causato la morte del lavoratore, operaio addetto alle opere di scavo per la realizzazione di una condotta pluviale interrata, nell’ambito dei lavori di realizzazione della rete pluviale al servizio della zona 167.

Nello specifico, il datore di lavoro dell’impresa esecutrice dei lavori di scavo, formalmente privo di autorizzazione, ometteva di attenersi a quanto previsto nel Piano di Sicurezza e Coordinamento e imprudentemente depositava il materiale di risulta derivante dai lavori effettuati in prossimità del ciglio dello scavo, sul manto di asfalto, concorrendo a determinare lo smottamento della parete laterale destra dello scavo.

L’ipotesi accusatoria della morte del lavoratore, attribuiva il fatto agli imputati perché il manto di asfalto aveva ceduto improvvisamente a causa di uno smottamento della parete laterale destra dello scavo, cosicché il lavoratore, che camminava in prossimità del ciglio destro dello scavo nell’intento di recuperare alcuni attrezzi da lavoro, precipitava all’interno dello scavo, rimanendo travolto dal materiale di risulta abbandonato sul ciglio destro del cantiere.

Il Giudice di primo grado, premesso che l’istruttoria espletata non aveva consentito di ricostruire gli aspetti nodali della questione inerente alla misura di parete crollata, ha ricondotto causalmente la morte del lavoratore alla perdita idrica sulla base, tra l’altro, della relazione geologico-tecnica secondo cui “il franamento del fronte di scavo è da attribuirsi alla saturazione del terreno da parte dell’acqua proveniente dalla perdita dell’acquedotto che ha, infatti, compromesso la acclarata stabilità delle pareti della trincea solo nel settore circoscritto alla perdita”. Nell’eseguire lo scavo, l’impresa esecutrice imbatteva sia in un cavo elettrico, cagionandone la rottura, sia in una perdita d’acqua proveniente da una condotta idrica posizionata in direzione perpendicolare allo scavo, anch’essa presumibilmente danneggiata nel corso delle operazioni di scavo.

Propongono ricorso per cassazione, la sorella e il fratello della persona offesa, nonché il coniuge e figli della persona offesa, deducendo: 1) mancanza, illogicità e contraddittorietà della motivazione e violazione dell’art. 192 c.p.p., per acritica adesione della Corte di appello alla tesi dei CTU degli imputati circa l’insussistenza dell’obbligo di applicare il presidio di sicurezza delle armature di sostegno alle pareti dello scavo, prescritto dal D.Lgs. n. 81 del 2008, artt. 118 e 119; 2) assenza, illogicità e contraddittorietà della motivazione, violazione e travisamento della prova, sul punto decisivo dell’immotivata obliterazione delle conclusioni del CTU del pubblico ministero; 3) violazione ed erronea applicazione del D.Lgs. n. 81 del 2008, artt. 118 e 119, per la mancata affermazione della penale responsabilità degli imputati in ordine all’omessa applicazione delle armature di sostegno alle pareti dello scavo.

I ricorsi sono fondati.

La Corte territoriale non avrebbe adeguatamente replicato alle censure mosse dagli appellanti, limitandosi ad accogliere acriticamente le conclusioni alle quali erano pervenuti i Consulenti degli imputati, altrettanto acriticamente fatte proprie dal Giudice di primo grado; avrebbe trascurato di esaminare le valutazioni del Consulente del pubblico ministero inerenti alla profondità dello scavo (m. 3,90); avrebbe ricondotto il determinismo causale dell’evento alla perdita idrica causata dalla rottura di un chiusino della tubatura dell’acquedotto , senza considerare che non si trattava di una lesione interna del terreno, né di una causa occulta.

La Corte territoriale, ha rimarcato come lo stesso Consulente dell’accusa avesse riconosciuto la corretta redazione dei piani di sicurezza e come, invece, proprio la redazione dei piani di sicurezza avrebbe potuto formare oggetto di specifica perizia onde far emergere cause retrograde dell’incidente; perizia che non era stata disposta per il mancato assenso delle difese e del responsabile civile, necessario al fine di introdurre nel giudizio elementi diversi dai termini delle contestazioni, che presupponevano al contrario la piena validità degli strumenti di pianificazione antinfortunistica.

Per tali ragioni il ricorso viene accolto e la sentenza di appello viene annullata agli effetti civili.

Sarà, in conclusione, il Giudice civile competente per valore in grado di appello a celebrare il giudizio di rinvio nei confronti degli imputati, oltre a provvedere alla regolazione delle spese tra le parti private.

Avv. Emanuela Foligno

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