Secondo la denuncia dei parenti di un giovane di 31 anni malato terminale di tumore, la dottoressa del reparto di rianimazione gli avrebbe somministrato una dose di morfina per poi procedere, senza consenso, allo spegnimento del respiratore
Omicidio volontario. E’ questa l’ipotesi di reato alla base dell’inchiesta sulla morte di un uomo di 31 anni, originario della provincia di Latina, che abitava da 11 anni nel bergamasco. L’uomo era affetto da una grave forma di tumore che gli era stata diagnosticata a fine 2015 e a marzo di quest’anno era stato ricoverato a seguito di una crisi respiratoria, per poi morire dopo circa 48 ore.
I familiari, a pochi giorni di distanza dal decesso, hanno presentato una denuncia nei confronti della dottoressa che ha assistito l’uomo nelle ultime ore prima della morte. Già nella mattinata antecedente il decesso, si legge nella denuncia, il personale medico aveva convocato tutti i familiari per comunicare le condizioni molto gravi del paziente. “Ci hanno riferito – dichiara la moglie – che sarebbe stata garantita una terapia compassionevole, nel senso che senza sofferenza sarebbe stato accompagnato dal sonno alla morte”.
Il giorno successivo la dottoressa denunciata invitava i congiunti a salutare il loro caro comunicando loro che avrebbe somministrato al giovane una dose più elevata di morfina a seguito della quale non avrebbe più risposto. Il camice bianco, secondo la denuncia, dopo aver effettuato l’iniezione di morfina avrebbe spento, senza alcun preavviso, il macchinario per la respirazione forzata, peraltro in un momento in cui il paziente era ancora vigile tanto da sollevarsi con il busto ed esclamare, a detta della moglie “non respiro, non respiro!”. Vane le esortazione dei parenti affinché venisse riacceso il respiratore. “Non vedete che sta morendo?” avrebbe affermato la dottoressa. Dopo meno di un minuto l’uomo sarebbe spirato e la sanitaria gli avrebbe iniettato un’altra sostanza per via endovenosa.
Dopo la denuncia, i carabinieri sono intervenuti, su disposizione del pm, per acquisire le cartelle cliniche dell’uomo. Non è ancora chiaro, invece, se sarà richiesta la riesumazione del corpo per eseguire l’esame autoptico. La dottoressa nel frattempo è stata iscritta nel registro degli indagati, anche se l’ospedale per cui lavora fa sapere che per il momento né la struttura, né alcuno dei suoi medici avrebbero ricevuto comunicazioni in merito alla vicenda.




