Secondo il Gup non vi sarebbe la certezza del nesso causale tra la condotta dei camici bianchi e il decesso della paziente, morta per le conseguenze di una occlusione intestinale non diagnosticata

Morì nel febbraio del 2017 a causa di una occlusione intestinale non diagnosticata. La donna – 47enne che alcuni anni prima, nel 2011, aveva subito un intervento di chirurgia bariatrica – era arrivata in Pronto soccorso all’ospedale di Arezzo, accusando dolori addominali, vomito e diarrea.

Venne presa in carico dai medici del primo e del secondo turno i quali, sospettando una pancreatite, l’avevano tenuta sotto osservazione somministrandole degli antidolorifici. Dopo un’agonia di 16 ore, tuttavia, era andata in arresto cardiaco. Nonostante i tentativi di salvarla tramite un intervento chirurgico, per lei non c’era stato nulla da fare.

La vicenda aveva visto l’iscrizione nel registro degli indagati, con l’ipotesi di reato di omicidio colposo, dei due professionisti che la ebbero in cura. Ma nelle scorse ore il Giudice per l’udienza preliminare ha dichiarato, nei loro confronti, il non luogo a procedere perché “il fatto non sussiste”.

Sulla scia delle consulenze disposte, il Giudice avrebbe infatti ritenuto non sussistente la certezza del nesso causale fra la condotta degli indagati e il decesso della paziente.

Le motivazioni della decisione sono attese entro 30 giorni. In ogni caso è stata respinta la richiesta dell’accusa, che chiedeva il rinvio a giudizio per colpa medica consistita in “omissioni, negligenze e imperizie”.

Come riferiscono i familiari della vittima, nonostante sia stato riconosciuto il grave errore diagnostico, i periti avrebbero stabilito che, anche in caso di corretta diagnosi, le probabilità di sopravvivenza della donna sarebbero state intorno al 90%, non sufficienti dunque per imbastire un processo penale, dove serve la certezza al di là di ogni ragionevole dubbio. La causa proseguirà, invece, sul versante civile.

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