Licenziato perché non riferisce al datore di lavoro le irregolarità commesse dai colleghi: per la Corte di Cassazione è legittimo il provvedimento di recesso essendo stato “irrimediabilmente compromesso il presupposto fiduciario del rapporto”

La vicenda

La società datrice di lavoro aveva licenziato un proprio dipendente per aver omesso di comunicare all’azienda le irregolarità poste in essere dai colleghi “nella procedura di applicazione delle gare aventi ad oggetto la riparazione dei veicoli aziendali” di cui era venuto a conoscenza e per aver contribuito allo svolgimento delle stesse e al conseguente affidamento dei lavori.

All’esito del giudizio di secondo grado, la Corte d’appello di Napoli dichiarava illegittimo il licenziamento e condannava la società a reintegrare il dipendente, ritenendo che a quest’ultimo non fosse addebitabile al alcun rimprovero, non avendo egli posto in essere alcun comportamento colposo in grado di agevolare o contribuire all’attuazione delle predette irregolarità.

La Corte di Cassazione (Sezione Lavoro, n. 30558/2019) ha ribaltato l’esito del giudizio, accogliendo il ricorso proposto dalla società datrice di lavoro.

A detta degli Ermellini, la corte di merito aveva omesso di verificare se il comportamento del dipendente che, pur senza cooperarvi, era venuto a conoscenza della realizzazione di condotte pregiudizievoli per l’impresa, potesse in qualche modo integrare la nozione legale di giusta causa del recesso di cui all’art. 2119 c.c., avuto riguardo agli obblighi di diligenza e di fedeltà previsti per il lavoratore dagli artt. 2104 e 2105 c.c.: “obblighi il cui inadempimento – ha chiarito la Suprema Corte – deve essere valutato, sotto il profilo della gravità e della idoneità a ledere in modo irreparabile il vincolo fiduciario, alla stregua di un’attenta e approfondita considerazione delle circostanze del caso concreto, ivi comprese direttive o disposizioni del datore di lavoro, o norme interne, volte ad impedire il compimento di tali condotte lesive o la loro reiterazione”.

Su un piano più generale i giudici della Sezione Lavoro hanno ribadito che “il criterio della diligenza (del lavoratore) non deve essere commisurato soltanto al tipo di attività che è oggetto della prestazione, alle mansioni e alla qualifica professionale del dipendente, ma deve correlarsi, in una prospettiva più ampia che travalichi i caratteri dell’attività lavorativa in senso stretto, all’interesse dell’impresa (art. 2104 c.c.) e, pertanto, sia alle esigenze di organizzazione della struttura, in cui il rapporto si inserisce, sia all’interesse datoriale al suo corretto funzionamento”.

La decisione

Ed inoltre, è stato ribadito con riferimento all’ambito di applicabilità dell’art. 2105 c.c., il principio di diritto, secondo il quale “dal collegamento dell’obbligo di fedeltà con i principi generali di correttezza e buona fede di cui all’art. 1175 e 1375 c.c., deriva che il lavoratore deve astenersi non solo dai comportamenti espressamente vietati dal suddetto art. 2105 c.c., ma anche da qualsiasi altra condotta che, per la natura e per le sue possibili conseguenze, risulti in contrasto con i doveri connessi all’inserimento del lavoratore nella struttura e nell’organizzazione dell’impresa o crei situazioni di conflitto con le finalità e gli interessi della medesima o sia comunque idonea a ledere irrimediabilmente il presupposto fiduciario del rapporto”.

Ebbene, facendo applicazione di tali principi di diritto al caso in esame, i giudici della Suprema Corte hanno ritenuto proporzionata la sanzione intimata al lavoratore rispetto alla sua mancanza; perciò la pronuncia della core d’appello è stata cassata con rinvio per un nuovo esame.

La redazione giuridica

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