La Corte di Cassazione ha confermato la sanzione inflitta al datore di lavoro per omissioni contributive relative ad un contratto di lavoro a tempo pieno e non part time: decisive le dichiarazioni del dipendente che prevalgono sui libri contabili

Contratto part time o a tempo pieno?

La Corte d’appello di Caltanissetta aveva confermato la decisione con la quale il giudice di primo grado aveva rigettato l’opposizione alla cartella esattoriale proposta dal titolare di un esercizio commerciale per omissioni contributive relative ad un proprio dipendente, per le prestazioni rese a tempo pieno e non part time come denunciato dal datore di lavoro, nel periodo marzo 2004 – novembre 2007.

La fondatezza della pretesa contributiva era risultata, per la corte di merito, dall’esito dell’accertamento ispettivo e dal tenore delle dichiarazioni del lavoratore raccolte nella immediatezza dei fatti dagli ispettori verbalizzanti, contestualmente alle dichiarazioni dello stesso titolare dell’esercizio commerciale presso il quale il dipendente svolgeva la prestazione di addetto al bancone. Le dichiarazioni del dipendente erano risultate spontanee, inequivocabili e circostanziate in ordine allo svolgimento di cinquantasei ore a settimana, a nulla rilevando, agli effetti del reale assetto del rapporto, la diversa articolazione dell’orario di lavoro risultante dai libri contabili.

Contro tale pronuncia aveva proposto ricorso per Cassazione il datore di lavoro, lamentando tra gli altri motivi, la violazione dell’art. 2697 c.c. e l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, per avere la corte di merito attribuito maggiore valenza probatoria, rispetto ad altre risultanze istruttorie, alle dichiarazioni del lavoratore in sede di accertamento ispettivo; valorizzando, in tal modo, esclusivamente le dichiarazioni stragiudiziali, con erronea applicazione anche delle regole di ripartizione dell’onere della prova, per avere esonerato l’INPS dalla prova rigorosa della pretesa e onerato della prova contraria il datore di lavoro.

Ma la Corte di Cassazione (Sezione Lavoro, ordinanza n. 8445/2020) ha rigettato il ricorso in quanto inammissibile

Spetta al giudice di merito – hanno affermato gli Ermellini -, in via esclusiva, il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, assumere e valutare le prove, controllarne l’attendibilità e la concludenza, scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad essi sottesi, dando così liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti senza essere tenuto a discutere ogni singolo elemento o a confutare tutte le deduzioni difensive, dovendo ritenersi implicitamente disattesi tutti i rilievi e le circostanze che, sebbene non menzionati specificamente, sono logicamente incompatibili con la decisione adottata (Cass. n. 13485/2014).

Inoltre, per consolidato orientamento giurisprudenziale i verbali ispettivi fanno piena prova fino a querela di falso, dei fatti che il pubblico ufficiale attesta avvenuti in sua presenza o da lui compiuti, ivi compresa l’esistenza e provenienza delle dichiarazioni raccolte a verbale ma non anche delle valutazioni dell’ispettore o dei fatti non percepiti direttamente ma affermati dall’ispettore in base ad altri fatti (Cass. n. 9632/2016); tale materiale probatorio è liberamente valutabile e apprezzabile dal giudice, il quale può anche considerarlo prova sufficiente, qualora il loro specifico contenuto probatorio o il concorso di altri elementi renda superfluo l’espletamento di ulteriori mezzi istruttori (Cass. n. 11934/2019).

La decisione

Inoltre, il Supremo Collegio ha riaffermato che nell’ambito del processo per opposizione a cartella esattoriale per il pagamento di contributi e premi, l’ente previdenziale, benché convenuto, riveste la qualità di attore in senso sostanziale; tuttavia, secondo i principi più volte affermati dalla giurisprudenza di legittimità, grava sul datore di lavoro l’onere di provare le circostanze eccentuative dell’obbligazione contributiva, cioè le circostanze in base alle quali si ricadrebbe nell’ambito di una deroga dell’onere contributivo ordinariamente previsto (Cass. n. 10448/2016).

Delle regole appena richiamate aveva fatto corretta applicazione la corte territoriale, a nulla rilevando l’intervenuta assoluzione, in appello, del lavoratore dal reato ascrittogli di falsa testimonianza, posto che, come premesso, la corte di merito, nell’esercizio di un potere insindacabile in sede di legittimità, aveva valorizzato esclusivamente, con dovizia di argomentazioni, le dichiarazioni spontaneamente rese dallo stesso agli ispettori verbalizzanti.

Avv. Sabrina Caporale

Leggi anche:

MALESSERE PSICHICO DEL DIPENDENTE: IL DATORE DI LAVORO DEVE INTERVENIRE?

- Annuncio pubblicitario -

LASCIA UN COMMENTO O RACCONTACI LA TUA STORIA

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui