Paziente psichiatrico non adeguatamente monitorato (Corte Appello Cagliari, Sentenza n. 286/2022 pubbl. il 16/06/2022 RG n. 576/2019).

Paziente psichiatrico non adeguatamente monitorato e sorvegliato dal personale sanitario si impicca nel garage della propria abitazione, togliendosi la vita.

I congiunti del paziente si rivolgono al Tribunale onde vedere accertata la responsabilità dei sanitari per inadeguato monitoraggio e atteggiamento attendista.

Gli attori espongono, in particolare, la penosa e lunga storia psichiatrica del congiunto, caratterizzata da numerosi ricoveri in regime di TSO e altrettanto numerosi episodi di intento suicidiario.

La patologia psichiatrica veniva diagnosticata  nell’estate del 2013 e nell’immediatezza di un tentativo di suicidio per impiccamento nel garage dell’abitazione familiare, avvenuto in data 6.8.2013, il giovane era stato ricoverato presso il Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura ove veniva posta la diagnosi di “scompenso psichico con tentativo di suicidio per impiccagione con elevato rischio di reiterazione del gesto”.

Il paziente psichiatrico veniva dimesso  in data 17.8.2013 con diagnosi di disturbo psicotico NAS (primo episodio) , prescrizione di terapia farmacologica da eseguire a domicilio e di controlli periodici da effettuarsi presso il Centro di Salute Mentale (CSM).

Il paziente, aveva goduto di un buono stato di salute fino al maggio del 2014, quando, a seguito del ripresentarsi dei sintomi persecutori, aveva smesso di recarsi al CSM e, dopo una visita domiciliare da parte degli operatori del CSM, veniva disposto un nuovo TSO nel giugno 2014.

Durante tale ricovero il paziente psichiatrico  era sta to lasciato privo dei necessari controlli e assistenza, cosicché aveva potuto arrampicarsi su una recinzione e si era gettato nel vuoto riportando gravissime lesioni che avevano necessitato il suo trasferimento presso altra struttura. Terminate le cure veniva nuovamente ricoverato presso il servizio psichiatrico, ove rimaneva fino alle dimissioni del 25.7.2014..

Il Tribunale ha osservato che l’evento avvenuto in data 26.6.2014 fosse stato la conseguenza della mancata sorveglianza, la quale avrebbe dovuto essere continua per via sia delle circostanze accadute durante il ricovero per TSO, sia della inconsapevolezza della malattia da parte del paziente e del gesto autolesivo dell’anno precedente. Tutto ciò a prescindere dalle concrete finalità del gesto compiuto dal paziente psichiatrico, poi deceduto.

Con riferimento, al suicidio del 12.8.2014, il Tribunale ha rilevato che, alla luce delle risultanze della C.T.U. e del protocollo sanitario ivi richiamato, i medici avessero correttamente provveduto alle dimissioni del paziente psichiatrico con prescrizioni farmacologiche e controlli domiciliari, dato che un’ulteriore degenza non avrebbe ridotto il rischio di gesti autosoppressivi. Il Giudice del primo grado ha poi riconosciuto che vi erano stati diversi contatti tra la struttura ospedaliera e il CSM, esemplificativi di un coordinamento tra le due strutture, che la copertura farmacologica prescritta era adeguata al caso, secondo i protocolli suggeriti dalla letteratura, e che il paziente era stato visitato in seguito alle dimissioni dal personale del CSM ed erano state fissate ulteriori, successive visite. Per quanto esposto, essendo state rispettate le linee guida e le buone pratiche in materia psichiatrica, il Tribunale ha ritenuto il suicidio del 12.8.2014 come non prevedibile e non altrimenti prevenibile.

Con riguardo al tentativo di suicidio, e alle elative gravi lesioni riportate dal paziente psichiatrico,  durante la degenza del 26 giugno 2014, il Giudice di prime cure ha quantificato il danno non patrimoniale subito in euro 5.733,00 , ha inoltre riconosciuto un danno non patrimoniale da lesione parentale per i genitori e per il fratello del paziente, quantificato in euro 3.500,00 in favore di ciascuno, oltre interessi legali sulla somma devalutata alla data dell’illecito.

I familiari del paziente impugnano la decisione sostenendo come errata la non pevedibilità del suicidio e che il paziente psichiatrico .sarebbe stato dimesso in modalità non protetta e senza che gli venisse chiesto il consenso, in assenza di indagini psicometriche e senza che vi fosse un miglioramento sintomatico delle sue condizioni.

Nel caso di specie, la lettera di dimissione predisposta dal personale medico è stata certamente carente, in quanto sfornita di alcune necessarie o quantomeno utili informazioni che, secondo il protocollo, avrebbero dovuto essere ivi contenute.

Tuttavia, deve essere considerato che il paziente era già in cura presso il CSM da circa un anno, ed è quindi del tutto verosimile che lo stesso o i suoi familiari sapessero come relazionarsi con quella struttura sanitaria e viceversa.

È probabile che il paziente non abbia assunto la terapia orale regolarmente e che l’abbia anzi sospesa, ma il farmaco retard avrebbe dovuto, per l’appunto, assicurare una sufficiente copertura farmacologica pur tenendo presente come nessun farmaco sia in grado di annullare i rischi di una messa in atto di propositi suicidari da parte del paziente psichiatrico.

Era stata programmata una visita per il 19.8.2014 per la somministrazione di una fiala di Risperdal, mai avvenuta a causa del tragico evento del 12.8.2014.

Non è stato dimostrato che le dimissioni avvenute in data 25.7.2014 siano state la causa dell’atto suicidario del 12.8.2014, nello specifico è risultato che, in occasione della visita domiciliare effettuata il 7.8.2014, non erano stati riscontrati elementi tali da suggerire un nuovo ricovero; quindi, ragionevolmente, le condizioni del paziente psichiatrico, alla data del 7.8.2014 avrebbero comportato, nell’ottica del ragionamento controfattuale, le dimissioni del paziente stesso dall’ospedale se non il 25 luglio quantomeno entro quella data.

In occasione della visita del 7.8.2014 mancavano i presupposti per un ricovero coatto (stante il quadro clinico stazionar io del paziente), né, evidentemente, il paziente psichiatrico aveva manifestato la volontà di essere ricoverato. L’art. 2, comma secondo, della l. 180/1978 in materia di accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori dispone che nei confronti delle persone affette da malattie mentali la proposta di trattamento sanitario obbligatorio può prevedere che le cure vengano prestate in condizioni di degenza ospedaliera solo se esistano alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici, se gli stessi non vengano accettati dall’infermo e se non vi siano le condizioni e le circostanze che consentano di adottare tempestive ed idonee misure sanitarie extra ospedaliere .

Sul punto i CTU hanno concluso “in virtù del fatto che non ci si poteva attendere una risoluzione profonda del quadro clinico tale da poter ridurre significativamente i rischi di un agito autolesivo, anche con una degenza protratta, risulta ragionevole la scelta di procedere alla dimissione protetta del 25.7. 2014 …… In data 7.8.2014 non è stato evidentemente riscontrato un aggravamento delle condizioni cliniche del paziente psichiatrico …… confermando  le indicazioni della terza somministrazione del farmaco retard prevista dopo 13 giorni”…..

Per tali ragioni le censure non vengono accolte dalla Corte d’appello.

Avv. Emanuela Foligno

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