La reale necessità di sopprimere la posizione organizzativa, e l’eventuale carattere fittizio, devono essere dedotte in termini che ne consentano l’apprezzamento

Si segnala la decisione qui in commento per l’assoluta novità della specifica questione trattata. Il Tribunale di Cosenza ha rigettato il ricorso di un  dipendente dell’Azienda Ospedaliera che rivendicava: il diritto di continuare a ricoprire la posizione organizzativa che l’Azienda gli aveva affidato il 5.6.2008 e che dal 1.1.2014 gli aveva illegittimamente revocato con deliberazione del direttore generale;  il risarcimento del danno economico causatogli dalla perdita della retribuzione di posizione e di risultato spettante al titolare di quella posizione organizzativa e il danno morale e fisico provocatogli dalla revoca della posizione stessa.

In particolare il Tribunale di Cosenza, constatato che le doglianze del lavoratore riguardano problematiche di riorganizzazione che hanno condotto alla soppressione della posizione organizzativa di cui era titolare, ritiene validamente adottate le deliberazioni dell’Ospedale.

Il Tribunale ha ritenuto, da un lato, che il carattere fittizio della riorganizzazione, lamentato dal lavoratore, non sia stato dedotto in termini che consentano di apprezzarlo.

Non risultano fornite indicazioni precise in ordine alle particolarità strutturali della posizione organizzativa occupata in precedenza e alle specifiche modalità di esercizio delle funzioni svolte, né, ugualmente, sono state delineate caratteristiche e peculiarità delle nuove posizioni organizzative.

La decisione resa dal Giudice del Lavoro viene appellata dal lavoratore (Corte d’Appello di Catanzaro, Sez. lav., sentenza n. 789 del 6 ottobre 2020), che lamenta sostanzialmente –per quanto qui di interesse – come la procedura di conferimento dei nuovi incarichi non sia mai stata espletata e lui abbia continuato a svolgere le funzioni connesse all’incarico di posizione organizzativa revocatogli.

Inoltre, lamenta il lavoratore, in assenza di una riorganizzazione aziendale che abbia comportato la reale necessità di sopprimere la posizione organizzativa, la revoca del suo incarico è da considerarsi illegittima e che il perdurante svolgimento delle medesime mansioni gli assicurava comunque il diritto al relativo trattamento economico ai sensi dell’art. 36 della Costituzione.

La Corte non ritiene le doglianze meritevoli di accoglimento.

L’adozione di un nuovo atto aziendale costituisce, di per sè, esercizio di una potestà dell’amministrazione e, proprio perchè comporta una ridefinizione dell’assetto organizzativo, giustifica la revisione delle posizioni organizzative che, nell’esercizio delle sue prerogative, il datore di lavoro pubblico può istituire, rinnovare o revocare.

Il lavoratore, invece, sostiene che la riorganizzazione sia fittizia perchè anche dopo la revoca della posizione organizzativa ha continuato a svolgere le medesime funzioni che svolgeva prima e che le nuove posizioni organizzative hanno contenuto identico a quelle revocate.

Sulla lamentata riorganizzazione fittizia, precisa la Corte, che le posizioni organizzative sono configurate come un mero istituto retributivo, destinato a compensare la “maggiore responsabilità” e se l’unità’ organizzativa formalmente cessa di esistere, ne consegue che nessuna funzione di direzione della stessa può riconoscersi a chi prima ne era il titolare.

Sicchè il diritto a percepire l’indennità di posizione organizzativa non scaturisce dallo svolgimento di mansioni superiori, bensì dall’assunzione della formale titolarità di quella stessa posizione organizzativa. Con la conseguenza che nel momento in cui quella posizione viene soppressa, cessa anche la titolarità della posizione organizzativa medesima.

Anche la doglianza sul contenuto identico delle posizioni rispetto a quelle soppresse non ha rilievo secondo la Corte, perchè la circostanza che a luglio del 2014 si sia nuovamente istituita una posizione organizzativa con uguali contenuti funzionali di quella soppressa nel gennaio dello stesso anno, non smentisce il fatto che sei mesi prima la soppressione era stata realmente operata sul piano formale dell’organizzazione nel quale le decisioni dell’Azienda esplicano efficacia non già ricognitiva, bensì costitutiva.

In altri termini, l’Ospedale ha esercitato la sua facoltà organizzativa quando ha soppresso le posizioni organizzative preesistenti e ha fatto altrettanto quando, alcuni mesi più tardi, ne ha istituito di nuove. Fintanto che le nuove posizioni non sono state istituite, il lavoratore non può aver maturato alcun diritto a percepire la relativa indennità.

Conseguentemente, ribadisce la Corte, è irrilevante l’espletamento di fatto di mansioni assimilabili a quelle della posizione organizzativa soppressa o non ancora formalmente istituita.

Risulta dirimente la circostanza della mancata previsione di un termine di durata dell’affidamento al lavoratore della posizione organizzativa di cui rivendica la riattribuzione.

La titolarità della posizione organizzativa è legata ad una funzione temporanea in cui si prevede la possibilità che “Nell’ambito dei comparti di contrattazione possono essere costituite apposite sezioni contrattuali per specifiche professionalità”.

Tali posizioni rispondono all’esigenza di costituire, ad un livello inferiore a quello della dirigenza, incarichi a termine specificamente retribuiti (cd. indennita’ di funzione), per lo svolgimento di mansioni di particolare valore e contenuto gerarchico. Il titolare della posizione organizzativa non ricopre un incarico stabile nell’ambito dell’organizzazione amministrativa, in quanto deve operare in funzione dell’attuazione del programma da realizzare fino alla scadenza del termine apposto all’incarico.

Pacifico che la titolarità della posizione organizzativa è legata ad una funzione temporanea, tuttavia al lavoratore l’incarico affidato di posizione organizzativa era privo di termine di durata.

Ciò determina l’inapplicabilità delle condizioni giustificatrici della revoca anticipata rispetto al termine, proprio perchè l’incarico era stato affidato senza termine e quando è avvenuta la revoca il ricorrente lo ricopriva già da più di un quinquennio: da giugno 2008 a gennaio 2014).

Pertanto, o si reputa che la mancata previsione di un termine di durata della posizione organizzativa rende invalida la designazione del lavoratore, che quindi non può diventare per lui fonte di alcun diritto; oppure, non essendo previsto un termine di durata, il rapporto validamente instauratosi con l’affidamento dell’incarico deve intendersi a tempo indeterminato, ed allora, in quanto tale, soggiace al regime di libera recedibilità in assenza di disposizioni contrarie.

Per tali ragioni la Corte ritiene infondate le domande di reintegrazione nell’incarico e di risarcimento dei danni patrimoniali cagionati dalla revoca del medesimo incarico.

Eguale sorte per il richiesto risarcimento del danno alla salute che viene rigettato considerata l’infondatezza della richiesta di reintegra nella posizione soppressa.

La sentenza appellata viene dunque integralmente confermata con compensazione delle spese di lite.

Avv. Emanuela Foligno

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