In tema di responsabilità dell’ente derivante da reati colposi di evento in violazione della normativa antinfortunistica, il giudice di merito deve preliminarmente accertare l’esistenza di un modello organizzativo; poi deve successivamente verificare che esso sia stato efficacemente attuato prima della commissione del fatto

Nel caso in esame, la corte d’appello aveva errato nel ritenere valida l’equazione “responsabilità penale della persona fisica datore di lavoro/preposto = responsabilità amministrativa dell’ente”, trascurando l’articolata disciplina posta dal D.Lgs. n. 231 del 2001.

La vicenda

Mentre erano in corso lavori edili di sopraelevazione di un corpo di fabbrica in un edificio pubblico, l’operaio che stava conducendo una macchina palificatrice, rimaneva schiacciato tra la macchina e il muro perimetrale dell’edificio e decedeva quasi sul colpo.

La causa dell’infortunio era stata individuata nel cedimento del suolo (a causa della presenza di vuoti sotterranei, o di tubazioni, o della conformazione del suolo, o altro), non essendo stato ricoperto da assi di legno e da lamiere prima del passaggio del pesante mezzo onde impedirne il precipitare dello stesso.

In entrambi i gradi di merito la responsabilità dell’accaduto era stata addebitata al datore di lavoro e al capocantiere, condannati alla pena di giustizia per non avere fornito ai lavoratori una specifica informativa sull’esistenza di rischi e sulle modalità di prevenzione degli stessi, oltre che nella mancata predisposizione di mezzi idonei a prevenire i rischi e nel non avere esercitato la necessaria vigilanza al fine di assicurare l’osservanza delle norme antinfortunistiche da parte dei lavoratori.

La società appaltatrice era stata invece riconosciuta responsabile dell’illecito amministrativo di cui al D.Lgs. n. 231 del 2001, art. 5, comma 1, lett. a), e 25-septies, per non avere tempestivamente ed efficacemente operato per prevenire la commissione del reato di omicidio colposo e, per tali fatti, era stata condannata alla sanzione amministrativa ritenuta di giustizia.

Secondo l’accusa la società avrebbe tollerato che i propri dipendenti, collocassero le assi di legno e le lamiere nel percorso della palificatrice solo in alcune limitate circostanze e non durante l’intera attività lavorativa della macchina. In tal modo essa avrebbe conseguito un interesse o vantaggio in ragione dell’evidente risparmio di tempo degli operai ivi impiegati.

Il ricorso per Cassazione

Per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso il capocantiere nonché la società datrice di lavoro. In primo luogo, i giudici della Quarta Sezione Penale (43656/2019) hanno confermato la sentenza di condanna in ordine al mancato efficace controllo da parte dell’imputato capocantiere-preposto e della società sul rispetto da parte dei lavoratori della misure di sicurezza, in violazione, tra l’altro, del D.Lgs. n. 231 del 2001, art. 5, comma 1, lett. a), e art. 25-septies.

La società aveva, tuttavia, dimostrato sin dal giudizio d’appello, di aver adottato, in epoca anteriore al fatto contestato, un modello di organizzazione, gestione e controllo (acronimo: M.O.G.C.) ai sensi dell’art. 6 della L. n. 231 del 2001, e di aver altresì, nominato un organismo di vigilanza (acronimo O.V.) con il compito di verificare la corretta applicazione del modello richiamato. Ma tale circostanza era stata completamente ignorata dai giudici dell’appello.

Il quadro normativo

L’art. 5 del D.Lgs. n. 231 del 2001 sotto la rubrica “Responsabilità dell’ente”, recita:

“1. L’ente è responsabile per i reati commessi nel suo interesse o a suo vantaggio:

a) da persone che rivestono funzioni di rappresentanza, di amministrazione o di direzione dell’ente o di una sua unità organizzativa dotata di autonomia finanziaria e funzionale nonché da persone che esercitano, anche di fatto, la gestione e il controllo dello stesso;

b) da persone sottoposte alla direzione o alla vigilanza di uno dei soggetti di cui alla lett. a).

2. L’ente non risponde se le persone indicate nel comma 1 hanno agito nell’interesse esclusivo proprio o di terzi“.

Imprescindibile punto di partenza per la individuazione delle nozioni di “interesse” e di “vantaggio” per l’ente nell’accezione di cui al richiamato il D.Lgs. n. 231 del 2001, art. 5 è la nota pronunzia a Sezioni Unite n. 38343 del 24/04/2014, secondo cui, rispettivamente, “in tema di responsabilità da reato degli enti, i criteri di imputazione oggettiva, rappresentati dal riferimento contenuto nel D.Lgs. n. 231 del 2001, art. 5, all’”interesse o al vantaggio”, sono alternativi e concorrenti tra loro, in quanto il criterio dell’interesse esprime una valutazione teleologica del reato, apprezzabile “ex ante”, cioè al momento della commissione del fatto e secondo un metro di giudizio marcatamente soggettivo, mentre quello del vantaggio ha una connotazione essenzialmente oggettiva, come tale valutabile “ex post”, sulla base degli effetti concretamente derivati dalla realizzazione dell’illecito” e “in tema di responsabilità da reato degli enti derivante da reati colposi di evento, i criteri di imputazione oggettiva, rappresentati dal riferimento contenuto nel D.Lgs. n. 231 del 2001, art. 5, all’“interesse o al vantaggio”, devono essere riferiti alla condotta e non all’evento”.

“Interesse” e “vantaggio”, dunque, sono concetti giuridicamente diversi, e invero “astrattamente (…) il reato può essere commesso nell’interesse dell’ente, senza procurargli in concreto alcun vantaggio”.

Sulla scia della richiamata pronunzia delle Sezioni Unite, la giurisprudenza ha, ulteriormente precisato che “ricorre il requisito dell’interesse qualora l’autore del reato violi consapevolmente la normativa cautelare allo scopo di conseguire un’utilità per l’ente. Ciò accade, per esempio, quando la mancata adozione delle cautele antinfortunistiche risulti essere l’esito, non di una semplice sottovalutazione dei rischi o di una cattiva considerazione delle misure di prevenzione necessarie, ma di una scelta finalisticamente orientata a risparmiare sui costi d’impresa.

Ricorre, invece, il requisito del vantaggio per l’ente quando la persona fisica, agendo per conto dell’ente, violi sistematicamente le norme prevenzionali e, dunque, realizzi una politica d’impresa disattenta alla materia della sicurezza sul lavoro, consentendo una riduzione dei costi ed un contenimento della spesa con conseguente massimizzazione del profitto”.

La responsabilità dell’ente per violazione della disciplina antinfortunistica

“In tema di responsabilità amministrativa degli enti derivante dal reato di lesioni personali aggravate dalla violazione della disciplina antinfortunistica, sussiste l’interesse dell’ente nel caso in cui l’omessa predisposizione dei sistemi di sicurezza determini un risparmio di spesa, mentre si configura il requisito del vantaggio qualora la mancata osservanza della normativa cautelare consenta un aumento della produttività“.

Fonti di risparmio di spesa che possono costituire il presupposto per l’applicazione del D.Lgs. n. 231 del 2001, art. 5, per esemplificare ulteriormente, sono anche il risparmio sui costi di consulenza, sugli interventi strumentali, sulle attività di formazione e di informazione del personale ovvero la velocizzazione degli interventi di manutenzione ed il risparmio sul materiale di scarto.

La decisione

Con riferimento al caso in esame, la Suprema corte di Cassazione ha ritenuto fondate le doglianze relative alla non corretta individuazione, da parte dei giudici di merito, dei requisiti di interesse o vantaggio perseguito dall’ente e, soprattutto, dell’inidoneità del modello organizzativo.

Ed invero, la sentenza impugnata, al di là di un generico richiamo ad una maggiore velocità nell’esecuzione dei lavori, aveva omesso di indicare quale specifico “interesse” o “vantaggio” fosse stato perseguito dall’ente (…) ma, soprattutto, aveva omesso di effettuare qualsiasi valutazione sul contenuto e sulla idoneità del modello organizzativo.

In altre parole, i giudici dell’appello avevano erroneamente applicato l’equazione “responsabilità penale della persona fisica datore di lavoro/preposto = responsabilità amministrativa dell’ente”, trascurando l’articolata disciplina posta dal D.Lgs. n. 231 del 2001.

Il principio di diritto

Per tutte queste ragioni, la sentenza impugnata è stata annullata limitatamente alla statuizione sulla responsabilità amministrativa dell’ente, con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Roma che dovrà, ora attenersi al seguente principio di diritto: “In tema di responsabilità degli enti derivante da reati colposi di evento in violazione della normativa antinfortunistica compete al giudice di merito, investito da specifica deduzione, accertare preliminarmente l’esistenza di un modello organizzativo e di gestione del D.Lgs. n. 231 del 2001, ex art. 6; poi, nell’evenienza che il modello esista, che lo stesso sia conforme alle norme; infine, che esso sia stato efficacemente attuato o meno nell’ottica prevenzionale, prima della commissione del fatto“. Confermata nel resto la pronuncia di condanna a carico del capocantiere.

Avv. Sabrina Caporale

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