La convivenza prematrimoniale (e non semplicemente more uxorio) ha la funzione di indice correttivo da inserire all’interno del complessivo ed articolato giudizio che deve condurre alla adeguata determinazione delle quote di reversibilità

La ripartizione della pensione di reversibilità

Il coniuge superstite di un medico deceduto, aveva proposto ricorso per cassazione contro la sentenza della Corte d’appello di Catania, che in riforma della pronuncia di primo grado, aveva riconosciuto alla prima moglie di quest’ultimo una quota pari ai due terzi del trattamento di reversibilità ad essa spettante.

In primo grado, il Tribunale di Siracusa aveva determinato la quota spettante al coniuge divorziato in misura pari al 35% del trattamento erogato al coniuge superstite, mentre la Corte d’Appello di Catania, aveva riconosciuto alla prima una quota pari ai due terzi del predetto trattamento, ritenendo – secondo quanto stabilito dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 158/1998 – che si dovesse considerare irrilevante il periodo di convivenza more uxorio tra il de cuius ed il coniuge superstite, poiché il matrimonio precedente non era ancora cessato.

Sul punto, la Corte Costituzionale con la sentenza n. 149 del 1999 ha affermato che la mancata considerazione di qualsiasi correttivo nell’applicazione del criterio matematico di ripartizione renderebbe possibile, paradossalmente, che il coniuge superstite consegua una quota di pensione del tutto inadeguata alle più elementari esigenze di vita, mentre l’ex coniuge potrebbe conseguire una quota di pensione del tutto sproporzionata all’assegno in precedenza goduto, senza che il tribunale possa tener conto di altri criteri per ricondurre ad equità la situazione.

La giurisprudenza di legittimità

La giurisprudenza di legittimità ha, poi, consolidato il principio secondo cui la ripartizione del trattamento di reversibilità, in caso di concorso fra coniuge divorziato e coniuge superstite, aventi entrambi i requisiti per la relativa pensione, debba essere effettuata, oltre che sulla base del criterio della durata dei rispettivi matrimoni, anche ponderando (alla luce della sentenza interpretativa di rigetto della Corte Costituzionale n. 419 del 1999) ulteriori elementi, correlati alla finalità solidaristica che presiede al trattamento di reversibilità, da individuare facendo riferimento all’entità dell’assegno di mantenimento riconosciuto all’ex coniuge ed alle condizioni economiche dei due, nonché alla durata delle rispettive convivenze prematrimoniali. Non tutti tali elementi, peraltro, devono necessariamente concorrere nè essere valutati in egual misura, rientrando nell’ambito del prudente apprezzamento del giudice di merito la determinazione della loro rilevanza in concreto (Cass. civ., sezione 1, n. 18461 del 14 settembre 2004, n. 6272 del 30 marzo 2004, n. 26358 del 7 dicembre 2011; Cass. n. 16093 del 2012).

In particolare, la Cassazione ha ammesso la “(…) facoltà, per il giudice di merito, di integrare il criterio legale della durata dei matrimoni con correttivi di carattere equitativo applicati con discrezionalità. Fra tali correttivi ha compreso la considerazione della durata della eventuale convivenza prematrimoniale del coniuge superstite e dell’entità dell’assegno divorzile in favore dell’ex coniuge, senza mai confondere, però, la durata della prima con quella del matrimonio (…)”.

L’importanza della convivenza more uxorio

Ebbene, nel caso in esame, la sentenza impugnata aveva ritenuto che la convivenza prematrimoniale del coniuge superstite con il defunto marito non potesse essere valutata integralmente in quanto mera convivenza more uxorio, recessiva rispetto al permanere del vincolo matrimoniale della fase della separazione precedente al divorzio ed, inoltre, aveva reciprocamente annullato le differenze di condizioni economiche tra le parti ritenendole, con formula semplificata, equivalenti.

Così facendo aveva, tuttavia, omesso di utilizzare i dati storici acquisiti al processo, relativi appunto alla durata effettiva della convivenza prematrimoniale ed alle concrete condizioni delle parti, necessario al fine di evitare che il criterio del mero raffronto della durata dei rapporti matrimoniali diventasse l’unico parametro di valutazione.

La Cassazione ha infatti, chiarito che la convivenza prematrimoniale (…) non può essere artificialmente parcellizzata solo perché, in parte, coincidente con il periodo di separazione legale che aveva preceduto il divorzio. Ciò non equivale a negare che il vincolo matrimoniale durante la separazione dei coniugi sia ancora in vita, ma significa attribuire alla convivenza prematrimoniale (e non semplicemente more uxorio) la funzione di indice correttivo da inserire all’interno del complessivo ed articolato giudizio che deve condurre alla adeguata determinazione delle quote.

La decisione

In altre parole, la corte di merito avrebbe dovuto valutare quali correttivi del risultato derivante dalla applicazione della regola generale di ripartizione del trattamento di reversibilità, sia la convivenza prematrimoniale del superstite e della ex coniuge, seppure in parte coincidente con il periodo di durata della separazione legale, che le effettive situazioni economiche delle due parti; elementi cui invece non era stata attribuita alcuna rilevanza in favore del rigido criterio legale della durata formale del vincolo matrimoniale conclusosi con il divorzio, che aveva finito per essere reputato l’unico criterio utilizzabile.

Così facendo la corte aveva disconosciuto la finalità cui deve tendere, per rispettare i canoni costituzionali imposti dall’art. 38 Cost., l’indagine relativa al confronto tra il criterio principale ed i criteri correttivi, criteri questi ultimi che, data la loro funzione, non possono essere neutralizzati.

Per queste ragioni, la sentenza impugnata è stata con rinvio alla Corte d’appello di Messina che procederà all’esame della fattispecie facendo applicazione del principio sopra indicato (Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, ordinanza n. 8263/2020).

Avv. Sabrina Caporale

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