La malattia colpisce il 4-5% della popolazione, con sintomi quali difficoltà respiratorie da ostruzione nasale e perdita della funzione olfatto-gustativa
Nella rinosinusite cronica con poliposi nasale un approccio basato sulle caratteristiche specifiche del paziente e della malattia permette di migliorare l’efficacia della terapia e di limitare il ricorso alla chirurgia. Sono le conclusioni di un lavoro condotto da un gruppo di ricercatori guidati da Matteo Gelardi, Presidente della Accademia italiana di rinologia (Iar) e responsabile del centro rinologico del Policlinico universitario di Bari.
La malattia colpisce il 4-5% della popolazione, con un elevato impatto sulla qualità della vita. Ad esempio, tra i sintomi principali figurano le difficoltà respiratorie da ostruzione nasale e la perdita della funzione olfatto-gustativa. La diagnosi, sottolineano gli autori dello studio, è semplice ma il trattamento resta una sfida aperta dato il difficile controllo terapeutico e la frequenza delle recidive. Inoltre, molti pazienti ricorrono alla chirurgia per alleviare i sintomi pur non essendo questo un intervento risolutivo.
La ricerca, pubblicata sulla rivista Acta Otorhinolaryngologica Italica, ha visto i ricercatori analizzare per 5 anni 204 persone affette da rinosinusite cronica con poliposi nasale, la metà delle quali già sottoposte a intervento chirurgico; i pazienti sono stati trattati con schemi personalizzati basati sulla classificazione del Grading Clinico-Citologico (Gcc) che prende in considerazione diversi parametri come fattori di rischio di recidiva post-chirurgica.
Gli esiti evidenziano come l’approccio personalizzato con corticosteroidi topici e con corticosteroidi sistemici associati a irrigazioni nasali e acido ialuronico ad alto peso molecolare sia risultato efficace sotto diversi punti di vista. “Il 92% dei pazienti con rischio lieve non ha avuto peggioramenti e non è ricorso alla chirurgia, nel gruppo a rischio moderato il 44% dei pazienti non è peggiorato e solo il 3,6% ha fatto ricorso alla chirurgia contro il 13,6% del gruppo di controllo. Infine soltanto il 5,7% dei pazienti del gruppo con rischio grave ha utilizzato il trattamento contro il 49% del gruppo di controllo”.
Fonte: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/28374869




