Rischio lavorativo della costrittività organizzativa: la decorrenza della prestazione va fissata dal momento della cessazione del periodo di inabilità temporanea assoluta

Rischio lavorativo della costrittività organizzata causa sindrome di disadattamento cronico nel lavoratore (Cassazione Civile, Sez. lav., 13/01/2022, ud. 03/11/2021, pubblicata il 13/01/2022, n.958).

Rischio lavorativo della costrittività organizzata confermato dalla Corte d’Appello di Bologna che ha rigettato l’impugnazione proposta dall’INAIL avverso la sentenza di primo grado che accoglieva la domanda del lavoratore volta all’accertamento  della natura professionale della malattia psichica contratta, con condanna dell’Istituto al pagamento delle prestazioni di legge relative a postumi pari al 6% ed alla invalidità temporanea.

Secondo la Corte d’Appello, la CTU rinnovata in secondo grado accertava che il ricorrente era stato effettivamente esposto al rischio lavorativo della costrittività organizzata e che aveva contratto la sindrome da disadattamento cronico del sottotipo F4322, con ansia ed umore depresso misti, in soggetto affetto da combinazione di disturbo ansioso depressivo persistente di grado moderato, dal quale derivava un danno pari al 6% in applicazione delle tabelle Inail, confermandosi che l’inabilità temporanea assoluta era stata pari a 180 giorni.

L’Inail ricorre in Cassazione lamentando: violazione del T.U. n. 1124 del 1965, art. 52, in relazione allo stesso testo, art. 66; violazione dell’art. 135 TU in relazione alla circostanza che la Corte d’appello aveva dichiarato il diritto a percepire le prestazioni economiche di legge conseguenti al danno biologico del 6% per la malattia professionale denunciata, senza una specifica decorrenza; omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti per aver omesso di considerare la circostanza decisiva secondo cui la domanda era stata presentata il 18 maggio 2004 e nessuna prestazione poteva decorrere anticipatamente rispetto a tale data.

In sostanza, l’Inail non contesta il riconoscimento della patologia psichica derivante da rischio lavorativo della costrittività organizzata, bensì la decorrenza delle prestazioni previdenziali.

I motivi, inerenti la essenzialità della considerazione della data in cui veniva effettuata la denuncia al fine di accertare la decorrenza del diritto alle prestazioni, sono ritenuti fondati.

La giurisprudenza ha ribadito a più riprese che, a norma del D.P.R. n. 1124 del 1965, art. 52, “l’assicurato è tenuto a dare immediata notizia di qualsiasi infortunio gli accada, anche se di lieve entità, al proprio datore di lavoro”.

Quando l’assicurato abbia trascurato di ottemperare all’obbligo predetto ed il datore di lavoro, non essendo venuto altrimenti a conoscenza dell’infortunio, non abbia fatto la denuncia ai termini dell’articolo successivo, non è corrisposta l’indennità per i giorni antecedenti a quello in cui il datore di lavoro ha avuto notizia dell’infortunio.

Dunque, il lavoratore non acquista il diritto soggettivo alla prestazione indennitaria in difetto della propria iniziativa, ossia della denuncia di cui all’art, 52 cit., o della notizia dell’infortunio comunque pervenuta al datore di lavoro.

Ed ancora: il lavoratore può limitarsi a comunicarne l’esistenza al datore di lavoro, manifestando con chiarezza la volontà di fare valere il diritto alla prestazione previdenziale, senza che rilevi, ai fini della proponibilità della domanda in sede giurisdizionale, che non abbia inoltrato una specifica domanda amministrativa e non abbia inviato la documentazione medica riguardante le sue patologie, ove questa già sia in possesso del datore di lavoro, o che quest’ultimo non abbia trasmesso all’Inail, pur essendovi obbligato, l’istanza del lavoratore medesimo.

Ebbene, “la decorrenza della prestazione va fissata dal momento della cessazione del periodo di inabilità temporanea assoluta, essendo all’epoca già presenti le condizioni sanitarie rilevanti nella misura riconosciuta. Quand’anche una domanda amministrativa ulteriore sia presentata dall’assistito al fine della commisurazione del danno a percentuale più elevata rispetto a quella riconosciuta dall’amministrazione, la decorrenza della prestazione nella (maggior) misura riconosciuta va ancorata in ogni caso alla data della cessazione del periodo di inabilità assoluta, e non a quello della ulteriore domanda amministrativa, in quanto sin da quel momento vi erano le condizioni sanitarie rilevanti per la prestazione”.

La Corte d’Appello, invece, ha fatto decorrere l’indennità temporanea dal 21 marzo 2001, piuttosto che dalla denuncia della malattia da parte del lavoratore  secondo le modalità sopra indicate.

La Cassazione accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte d’Appello di Bologna in diversa composizione.

Avv. Emanuela Foligno

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