Per la Cassazione, in relazione ai servizi di bancoposta, le attività del personale delle Poste sono chiaramente distinte dai servizi postali, sia perché disciplinate da differenti e specifiche normative di settore, sia perché separate dal punto di vista organizzativo e contabile.

Per la qualifica degli addetti ai servizi di bancoposta si deve necessariamente tenere conto della natura delle funzioni loro affidate, con la conseguenza che assume rilievo l’attività in concreto svolta. Pertanto, si deve escludere la qualità di incaricato di pubblico servizio rispetto al personale dell’ufficio postale addetto al servizio di bancoposta che non afferisca allo specifico settore della raccolta del risparmio postale, ovvero quella effettuata unicamente attraverso libretti di risparmio postale e buoni postali fruttiferi.

Lo ha chiarito la Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n. 616/2020 pronunciandosi sul ricorso presentato da un uomo che era stato accusato del reato di cui all’art. 336 del codice penale per aver minacciato con una mazza da baseball l’impiegata dell’ufficio postale per costringerla a fare un atto contrario ai propri doveri. Nello specifico, aveva preteso che gli venisse erogata immediatamente la somma di denaro che asseriva essere stata da lui versata sul proprio conto aperto presso il Bancoposta.

Nel ricorrere per cassazione, il correntista deduceva violazione di legge in ordine alla integrazione del reato contestato che, a suo avviso, non sarebbe stato configurabile per difetto della qualifica di pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico servizio della persona offesa della minaccia.

La Cassazione ha effettivamente ritenuto fondato il ricorso, accogliendolo e annullando con rinvio l’ordinanza impugnata.

Il dipendente in servizio presso un ufficio postale che svolge attività di tipo bancario/finanziario (cosiddetto “bancoposta”) – spiegano dal Palazzaccio – non riveste la qualità di persona incaricata di pubblico servizio o di pubblico ufficiale, in quanto le relative attività sono chiaramente distinte dai servizi postali, sia perché disciplinate da differenti e specifiche normative di settore, sia perché separate dal punto di vista organizzativo e contabile.

Questo principio deve evidentemente trovare applicazione anche quando la qualifica soggettiva di pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico servizio rilevi con riguardo, non già all’autore del reato, ma alla persona offesa o comunque al soggetto che ne subisce la condotta.

La qualifica di incaricato di pubblico servizio è stata sempre riconosciuta alle figure di dipendenti dell’ente Poste italiane in relazione all’espletamento dei servizi postali tipici.

Ciò laddove le loro attività siano caratterizzate in concreto dall’esercizio di funzioni di certificazione, dunque non esplicative di semplici mansioni d’ordine, vale a dire di mansioni meramente esecutive, prive di qualsivoglia carattere di discrezionalità e di autonomia decisionale.

Al contrario, l’addetto allo sportello dell’ufficio postale che si occupi della erogazione di somme di denaro ai titolari di conti correnti esplica un incarico che non comporta l’esercizio di poteri certificatori, essendo la sua posizione assimilabile a quella di un qualunque sportellista di una agenzia bancaria privata, non rappresentando l’attività bancaria svolta dalle Poste Italiane s.p.a. un pubblico servizio ma attività privata, al pari di quella svolta dalle banche.

Nel caso in esame, quindi, desumendosi dagli atti che le minacce erano state rivolte nel contesto della gestione dei servizi di bancoposta, svolti dagli uffici postali in regime del tutto assimilabile a quello delle attività bancarie di natura privatistica, ne conseguiva che la condotta ascritta all’imputato non poteva essere ricondotta nel reato di cui all’art. 336 cod. pen.

La redazione giuridica

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