La sospensione della patente è una misura di tipo interdittivo, temporanea o perpetua, che si affianca alla sanzione penale, ma conserva immutata la sua natura, che è e resta di tipo amministrativo ed accessorio rispetto alla sanzione penale

La vicenda

Il Tribunale di Roma, in veste di giudice dell’esecuzione, aveva respinto la richiesta di estinzione, proposta dal ricorrente, per prescrizione della sospensione della patente di guida, irrogata con sentenza di condanna pronunciata dal Tribunale di Roma il 22 febbraio 2012 ed applicata dal Prefetto della capitale con ordinanza del 12 dicembre 2018.

Contro tale sentenza l’interessato ha proposto ricorso per Cassazione lamentando l’inosservanza e/o l’erronea applicazione della legge penale in relazione all’art. 186 C.d.S., commi 2 e 7, artt. 157 e 161 c.p. e art. 676 c.p.p..

Il giudice dell’esecuzione, dopo avere escluso l’applicabilità al caso del regime prescrizionale stabilito dal D.Lgs. n. 285 del 1992, art. 209 e L. n. 689 del 1981, art. 28, aveva affermato testualmente che “il fatto che ha comportato l’applicazione della sospensione della patente è stato accertato dal giudice penale sicché non può valere per tale sanzione amministrativa un termine prescrizionale diverso da quello previsto per il reato cui essa accede”.

La Prima Sezione Penale della Cassazione (sentenza n. 42716/2019) ha ritenuto condivisibili entrambe le affermazioni .

Come noto, in base alla disciplina introdotta dal D.Lgs. n. 285 del 1992, il potere di disporre la sospensione o la revoca della patente di guida quando la violazione dei precetti sulla circolazione stradale costituisce reato è attribuito, in via provvisoria, al prefetto ex art. 223, il quale lo esercita entro quindici giorni successivi alla notizia dell’avvenuto ritiro disposto in via immediata e cautelare dagli accertatori della violazione.

Se l’infrazione, invece, è causa di danni alla persona, o di lesioni personali o di omicidio colposo, oppure si configura quale illecito penale di tipo contravvenzionale, il giudice che l’accerta nell’ambito del processo penale, oltre a comminare la pena detentiva o pecuniaria prevista per il reato, deve disporre la sospensione della patente di guida, e, nei casi previsti, anche la sua revoca secondo la previsione dell’art. 222.

Nella riflessione esegetica condotta dalla giurisprudenza di legittimità e da quella costituzionale, si è detto che la diversità di autorità pubblica, demandata all’applicazione della sospensione o della revoca della patente di guida, non ne muta la natura giuridica, che è e resta di tipo amministrativo ed accessorio rispetto alla pena criminale.

La natura giuridica della sospensione della patente

La sospensione della patente resta, infatti, una misura di tipo interdittivo, temporanea o perpetua, che si affianca alla sanzione penale, ma conserva immutata la sua essenza di strumento afflittivo, destinato ad assolvere funzione riparatoria dell’interesse pubblico violato, o inibitoria dell’attività e del comportamento forieri della lesione del bene protetto e che resta nettamente distinto dalle pene accessorie, conseguenti all’accertamento del reato quale effetto penale della condanna ai sensi dell’art. 20 c.p.

In particolare, la Corte costituzionale ha affermato che “la sanzione amministrativa di cui all’art. 222 C.d.S. non costituisce nè una pena accessoria, nè una misura di sicurezza, nè, propriamente, un effetto penale della sentenza di condanna (sentenza n. 373 del 1996; ordinanze n. 89 del 1997; n. 184 del 1997; n. 190 del 1997; n. 422 del 1997; n. 235 del 1998; n. 313 del 1998), e dunque non presuppone (logicamente o normativamente) la declaratoria di responsabilità penale, attraverso una sentenza di condanna in senso proprio, bastando invece l’accertamento del mero fatto lesivo dell’interesse pubblico” (ordinanza n. 25 del 1999).

La natura amministrativa riceve ulteriore conferma nell’art. 224, a norma del quale è riservata all’autorità amministrativa, ossia al Prefetto, l’esecuzione della misura applicata dal giudice e la stessa è suscettibile di essere irrogata anche con la sentenza di patteggiamento, posto che l’art. 445 inibisce soltanto l’applicazione delle pene accessorie.

Il termine di prescrizione

La considerazione della natura della sospensione della patente di guida quale sanzione amministrativa accessoria a quella penale consente di escludere, sia che la stessa, diversamente da quanto opera per le pene accessorie penali, resti soggetta all’effetto estintivo determinato dal decorso del tempo nell’inattività degli organi preposti alla sua esecuzione, sia che le sia riferibile il regime di prescrizione quinquennale, stabilito dall’art. 209 C.d.S..

Tale norme rinvia, infatti, alla disposizione di cui alla L. n. 689 del 1981, art. 28, per la quale il diritto a riscuotere le somme dovute a titolo di sanzioni amministrative pecuniarie per violazioni previste dal medesimo codice deve esercitarsi entro cinque anni, decorrenti dal giorno in cui è stata commessa la violazione.

Siffatta disciplina, per la diversità degli istituti, non può essere riferita a misura di tipo diverso in base a un’operazione di interpretazione estensiva o analogica.

Ed invero, la corte costituzionale ha anche affermato che “il trattamento sanzionatorio non si esprime nella sola sospensione della patente. Anzi questa, caratterizzata dall’essere accessoria all’accertamento di un reato, si combina con il trattamento penale e si cumula con questo nel determinare il complesso delle sanzioni da irrogare in ciascun caso di violazione della legge” (ordinanza n. 25 del 1999) . La relazione tra elemento principale e quello accessorio ha indotto ad escludere che il giudice penale possa applicare anche il secondo senza limiti di tempo e a ravvisare la correlazione tra le due sanzioni anche sotto il profilo del regime di prescrizione.

La decisione

Nel caso in esame, correttamente il giudice dell’esecuzione aveva escluso la maturata prescrizione lamentata dal ricorrente, posto che la sentenza di applicazione della pena a richiesta delle parti, emessa dal Tribunale di Roma in data 22 febbraio 2012, era divenuta irrevocabile soltanto in data 24 ottobre 2018 con la sentenza della Corte di cassazione che aveva dichiarato inammissibile il ricorso. Soltanto da quel momento era iniziato a decorrere il termine di prescrizione della durata identica a quello cui è soggetto il reato di cui all’art. 186 C.d.S., comma 7, termine che, seppur pari a cinque anni, alla data del 12 dicembre 2018, in cui la sospensione era stata applicata dal Prefetto di Roma, non era ancora maturato.

La redazione giuridica

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