Se lo stesso soggetto subisce due procedimenti per stalking e per quello precedente è intervenuto il giudicato non c’è collegamento tra i fatti

La Suprema Corte di Cassazione (Sezione Penale n. 11915/2020), chiarisce che nel momento in cui un imputato è stato condannato per il reato di stalking con sentenza passata in giudicato, se poi commette nuove condotte in grado di integrare lo stesso reato, non può esserci collegamento tra i fatti commessi prima e dopo l’intervenuto giudicato. In caso contrario il soggetto verrebbe giudicato due volte, in palese violazione del principio del ne bis in idem.

Un uomo accusato di stalking in danno di alcuni suoi condomini veniva assolto in primo grado.

La Corte d’Appello riforma la pronuncia emessa e ritiene l’imputato responsabile per le condotte commesse dopo il 26 giungo 2014; considerando però sussistente la continuazione del reato con precedenti episodi, aumenta la pena della reclusione di ulteriori 15 giorni.

L’imputato ricorre in Cassazione lamentando che la Corte territoriale non ha rinnovato le prove dichiarative, come imposto dalla norma.

Lamenta inoltre l’applicazione del principio del ne bis in idem da parte della Corte d’Appello per i fatti anteriori al 26 giungo 2014 anche se dalle deposizioni è emerso che dopo tale data l’imputato non commesso alcun reato e che in relazione ad essi nessuno ha presentato querela.

La Cassazione dichiara il ricorso fondato, dispone l’annullamento del provvedimento impugnato e rinvia ad una nuova sezione della Corte d’Appello.

Gli Ermellini evidenziano che l’art. 593 bis c.p.p, non è norma retroattiva, per cui l’appello del Procuratore Generale deve ritenersi ammissibile e la sua applicazione non crea disparità di trattamento rispetto agli imputati giudicati prima e dopo la sua entrata in vigore il 6 marzo 2018.

Sull’obbligo di rinnovare l’istruzione dibattimentale viene precisato che può dirsi sussistente se viene effettuata una diversa valutazione della fattispecie concreta in base al quadro probatorio complessivo e non se valuta diversamente l’attendibilità di una prova dichiarativa.

La Corte territoriale, invece, ha espresso il giudizio di penale responsabilità dell’imputato valutando in modo invariato le prove così come i fatti accertati in base alle stesse.

La differenza delle due valutazioni di merito, spiegano i Supremi Giudici, risiede nel dolo della condotta richiesto dall’art. 612 bis c.p.

Il Giudice penale di secondo grado ha ritenuto che i fatti commessi dall’imputato configuravano quel “perdurante e grave stato di ansia o di paura, ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita” previsto dalla norma.

La Corte d’Appello correttamene ha dichiarato di non doversi procedere per i fatti anteriori al 26 giugno 2014 perché sugli stessi era già intervenuta sentenza passata in giudicato, tuttavia da quella sentenza discendono conseguenze importanti per verificare la sussistenza del diverso reato per il quale si procede in questo giudizio.

In virtù del principio del ne bis in idem, ovverosia il divieto di giudicare la stessa persona nello stesso procedimento due o più volte per lo stesso fatto,  se un soggetto è stato condannato per il delitto di atti persecutori, gli atti successivi a quelli per i quali è intervenuta sentenza di condanna non possono più essere collegati a quelli anteriori,

Nel caso esaminato dalle due sentenze di merito non si comprende quali fatti successivi al 26 giugno 2014 possano essere ricondotti al reato di atti persecutori, perché si afferma molto genericamente che l’imputato ha tenuto condotte illecite dopo il 26 giugno 2014, ma non si chiarisce chi ha subito tali condotte  e in che cosa consistano.

Per tali ragioni il ricorso viene dichiarato inammissibile e il ricorrente viene condannato al pagamento delle spese processuali e della somma di euro tremila in favore della Cassa delle Ammende, nonchè alla rifusione delle spese sostenute nel grado dalla parte civile, liquidate in complessivi Euro 2400,00, oltre accessori come per legge.

Avv. Emanuela Foligno

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