Per la Cassazione, chiamata a pronunciarsi su un caso di stalking, i documenti necessari alla verifica della procedibilità possono essere acquisiti in ogni stato e grado del giudizio di merito

In tema di atti relativi alla procedibilità, la mancata acquisizione, “ab initio”, al fascicolo delle indagini preliminari della prova dell’effettiva sussistenza della querela non comporta l’invalidità o l’inutilizzabilità degli atti compiuti e del conseguente esercizio dell’azione penale, in quanto i documenti necessari alla verifica della procedibilità possono essere acquisiti in ogni stato e grado del giudizio di merito, senza che ne derivi un nocumento al diritto di difesa, potendo l’imputato chiedere l’immediata declaratoria di improcedibilità ai sensi dell’art. 129 c.p.p., comma 1, e dovendo il giudice verificare, in tal caso, se la condizione di procedibilità sussista effettivamente. Lo ha chiarito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 26348/20, pronunciandosi sul ricorso di un uomo condannato in sede di merito per il delitto di stalking aggravato ai danni dell’ex coniuge ai sensi dell’art. 612 bis del codice penale.

Nel rivolgersi alla Suprema Corte lamentava il fatto che il giudice di prime cure avesse acquisito al fascicolo del dibattimento ex art. 523 c.p.p. le querele sporte dalla parte offesa, ritenendone comunque legittima l’acquisizione anche dopo la chiusura dell’istruttoria dibattimentale, al momento della discussione finale.

A suo giudizio, il giudice non aveva interrotto la discussione ma aveva atteso l’esaurirsi della stessa, in palese violazione del disposto dell’art. 523 c.p.p., comma 6, il quale prevede la possibilità, in caso di assoluta necessità, di interrompere la discussione per l’assunzione di nuove prove, ma non di acquisirle a discussione terminata, introducendo un fatto nuovo su cui la difesa nulla ha potuto osservare od obiettare.

Ciò contrasterebbe – sosteneva – con la logica del sistema, che pone la discussione finale all’esito di un iter conosciuto in tutti i suoi elementi dal difensore, oltre ad integrare una violazione dell’art. 524 c.p.p., il quale pone un limite ben preciso al dibattimento, costituito proprio dall’esaurimento della discussione.

I Giudici Ermellini, tuttavia,  hanno ritenuto inammissibile la doglianza del ricorrente precisando, peraltro, che non risultava dalle sentenze di merito che nel caso in esame la querela fosse stata utilizzata per fine diverso da quello inerente alla procedibilità, essendo incentrata la ricostruzione del fatto sulla deposizione resa in dibattimento dalla persona offesa e non sull’atto di querela. Da lì il rigetto del ricorso e la condanna del ricorrente al pagamento delle spese di lite e della somma di euro 3000 a favore della Cassa delle ammende.

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