La scelta di una determinata strategia processuale può essere foriera di responsabilità solo se la sua inadeguatezza al raggiungimento del risultato perseguito dal cliente sia valutata (e motivata) dal giudice di merito ex ante

È quanto ha affermato la Terza Sezione Civile della Cassazione (ordinanza n. 21982/2019), nell’ambito di un procedimento instaurato per l’accertamento della responsabilità professionale di un avvocato.

La vicenda

Tre società, ricevuta da un consorzio, per conto dell’Inpdap, l’offerta di esercitare l’opzione di acquisto degli immobili da esse condotti in locazione, si rivolgevano ad un avvocato, perché valutasse l’opportunità di intraprendere un’azione legale per conseguire una riduzione del prezzo di opzione, in considerazione delle cattive condizioni degli immobili.

Ottenuto il parere legale circa le buone probabilità di successo che avrebbe avuto intentare una causa, dette società agivano contro il consorzio e l’inpdap.

Senonché, dopo lo scambio degli atti introduttivi l’avvocato consigliava loro di rinunciare agli atti anche per non perdere l’opportunità di esercitare l’opzione di acquisto. La rinuncia non veniva accettata da una delle tre società, sicché, le prime venivano condannate a pagare la somma 5.810,20 a titolo di parcella per l’espletata attività professionale, e 12.441,86 euro ciascuna, per le spese di lite.

Queste ultime citavano, perciò, in giudizio il professionista al fine di sentirne accertare la responsabilità professionale per non averle dissuase dall’intraprendere l’azione legale ed ottenere il risarcimento dei danni loro arrecati. L’avvocato dal canto suo, chiedeva ed otteneva di chiamare in causa la propria compagnia assicuratrice, la quale, costituitasi in giudizio, deduceva l’inoperatività della copertura assicurativa, la mancata denuncia del sinistro da parte dell’assicurato e l’estraneità del pagamento della parcella al legale dalla garanzia.

In primo grado, il Tribunale di Roma escludeva la responsabilità del professionista, tra gli altri motivi perché: “l’individuazione della giurisdizione risultava particolarmente difficile, in considerazione del fatto che non era stato impugnato un atto amministrativo, ma si contestava solo la determinazione del prezzo di vendita proposto in una offerta di opzione, da un soggetto privato su incarico dell’Inpdap”.

Ebbene la decisione è stata confermata, dapprima in appello e successivamente, dai giudici della Suprema Corte di Cassazione.

Preliminarmente è stato ribadito che in materia di responsabilità professionale dell’avvocato, la giurisprudenza di legittimità fonda l’obbligo di dissuasione da parte del difensore sulla ricorrenza di una domanda che risulti chiaramente inammissibile per assenza dei presupposti previsti dalla legge o completamente infondata, giacché il professionista ha l’obbligo di astenersi dalle cause perse o infondate (Cass. 12/05/2016, n. 9695). Anche ammesso che il difensore avesse accettato una causa per la quale prevedeva già dall’inizio la soccombenza dei suoi assistiti, non avrebbe potuto, poi, disinteressarsene del tutto, con il pretesto che si trattava di una “causa persa”, senza almeno attivarsi per trovare una soluzione transattiva, essendo tale comportamento comunque doveroso, allo scopo di non esporre il cliente all’incremento delle spese iniziali (Cass. 02/07/2010, n. 15717; Cass. 26/07/2010, n. 17506).

Tuttavia, nel caso di specie, tanto il giudice di prime cure quanto la Corte d’Appello, nella sentenza gravata, avevano escluso che l’avvocato avesse intrapreso un’azione prima facie inammissibile e/o infondata. E in ogni caso – hanno aggiunto gli Ermellini – se pure avesse indotto le società proprie clienti ad addivenire ad un componimento bonario della lite, avrebbe tenuto un comportamento conforme all’obbligo di tutelare i loro interessi che rischiavano di essere pregiudicati dalla prosecuzione di una controversia dalla quale poteva derivare un incremento del pregiudizio iniziale.

Per invocare la responsabilità dell’avvocato sarebbe stato necessario dimostrare che, in applicazione del parametro della diligenza professionale (art. 1176 c.c., comma 2), nell’adempiere siffatta obbligazione, egli avesse omesso di prospettare loro tutte le questioni di diritto e di fatto atte ad impedire l’utile esperimento dell’azione a causa dell’ignoranza di istituti giuridici elementari e fondamentali ovvero di incuria ed imperizia, insuscettibili di giustificazione.

Ed invero, una volta avviato il processo, la responsabilità del legale è ravvisabile solo in caso di sua imperizia, per aver violato o ignorato precise disposizioni di legge ovvero errato nel risolvere questioni giuridiche prive di margine di opinabilità.

Invece la scelta di una determinata strategia processuale può essere foriera di responsabilità solo se la sua inadeguatezza al raggiungimento del risultato perseguito dal cliente sia valutata (e motivata) dal giudice di merito ex ante, restando comunque esclusa in caso di questioni rispetto alle quali le soluzioni dottrinali e/o giurisprudenziali presentino margini di opinabilità – in astratto o con riferimento al caso concreto – tali da rendere giuridicamente plausibili le scelte difensive compiute dal legale (Cass. 20/05/2015, n. 10289).

Avv. Sabrina Caporale

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