La condotta del ricorrente, condannato per tentata violenza privata, “non era rimasta alla mera fase degli atti preparatori, concretando invece il tentativo compiuto”

In sede di merito era stato ritenuto colpevole del reato di tentata violenza privata ai sensi degli artt. 56 e 610 del codice penale. L’episodio incriminato, come rilevato dalla Corte di appello, si inseriva in un risalente clima d’astio determinato dalla pretesa dell’imputato, e dei suoi familiari, di vedersi corrispondere un emolumento dovuto da una ditta alla quale il fratello della persona offesa l’aveva segnalato. Quel giorno la persona offesa, era stata avvisata che l’imputato lo aspettava fuori per aggredirlo. Aveva quindi chiamato i carabinieri, che l’avevano scortato in caserma. Uscito dalla caserma, poi, si era avviato verso casa a bordo della sua motocicletta ma, giunto nei pressi, aveva dovuto evitare l’imputato che, a piedi, aveva cercato di impedirgli di proseguire la marcia, minacciandolo anche di morte e inseguendolo per un breve tratto.

Per i giudici di secondo grado, il complessivo contesto in cui si era inserito il delitto non consentiva l’applicazione dell’esclusione della punibilità del reato per particolare tenuità del fatto, sulla base del dettato dell’art. 131 bis c.p.

Nel ricorrere per cassazione, l’aggressore deduceva la violazione di legge ed il vizio di motivazione in relazione alla ritenuta responsabilità del prevenuto, la cui prova – a suo avviso – si sarebbe fondata solo su fatti e circostanze che avevano preceduto l’accaduto. Inoltre, lamentava la violazione di legge in ordine alla ritenuta configurabilità del tentativo mentre l’azione consumata sarebbe rimasta allo stadio degli atti preparatori. Infine denunciava la violazione di legge ed il difetto di motivazione in riferimento al mancato riconoscimento della causa di non punibilità prevista dall’art. 131 bis c.p.

La Cassazione, tuttavia, con la sentenza n. 16/2020, ha ritenuto il ricorso inammissibile.

Quanto ai primi due motivi di doglianza, secondo gli Ermellini, la Corte di appello aveva correttamente ritenuto la condotta dell’imputato, così come era stata riportata, qualificabile nel contestato delitto di tentata violenza privata.  L’uomo, infatti, aveva compiuto atti idonei diretti in modo non equivoco a interromperne la marcia, sul motociclo che la persona offesa stava conducendo, non riuscendo nel suo intento perché questi, manovrando il mezzo, si era sottratto al tentativo di blocco. La sua condotta, pertanto, non era rimasta alla mera fase degli atti preparatori, concretando invece il tentativo compiuto.

Anche con riferimento al terzo motivo, i Giudici di Piazza Cavour hanno evidenziato che la Corte di merito aveva congruamente motivato come l’episodio delittuoso si fosse inserito in un più ampio contesto che non consentiva di giudicare il fatto di particolare tenuità.

La redazione giuridica

Leggi anche:

COSTRINGE LA RAGAZZA AD USCIRE DALL’AUTO: È VIOLENZA PRIVATA

- Annuncio pubblicitario -

LASCIA UN COMMENTO O RACCONTACI LA TUA STORIA

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui