La Commissione medico ospedaliera aveva riconosciuto la trasfusione di sangue infetto come causa dell’epatite negando però il diritto agli indennizzi in quanto la domanda sarebbe stata presentata in ritardo rispetto ai termini di legge

La domanda non era tardiva. Il Tribunale di Catania ha riconosciuto il diritto agli indennizzi ex  legge 210/92  a un uomo, nel frattempo deceduto, sottoposto nel 1973 a una trasfusione di sangue infetto.

La vicenda, raccontata dal Giornale di Sicilia, ha inizio 37 anni fa quando la vittima veniva ricoverata in una struttura ospedaliera di provincia e sottoposta, a causa di una gravissima emorragia, a delle emotrasfusioni. Nel 2008 degli esami ematici rilevavano valori di transaminasi superiori alla norma e, poi, la positività agli ANTI- HCV.

Il paziente, tuttavia, non comprendeva il significato di tale esito né tantomeno l’origine di tale positività. Neppure il medico curante lo allertava prescrivendogli ulteriori e specifici controlli.

Solo nel 2015 apprendeva della possibile riconducibilità dell’epatite contratta alle trasfusioni di sangue praticategli nel 1973.

Da lì l’immediata richiesta per ottenere gli indennizzi di legge, anche se a distanza di pochi mesi le condizioni dell’uomo si aggravavano fino al decesso.

Nel 2018, la Commissione medico ospedaliera riconosceva l’emotrasfusione come causa dell’epatite negando però il diritto agli indennizzi in quanto la domanda sarebbe stata presentata in ritardo rispetto ai termini di legge.

Nelle scorse ore, dopo un battaglia legale intrapresa dagli eredi contro il Ministero della Salute, i Giudici del capoluogo di provincia siciliano hanno ribaltato le conclusioni della Commissione medico ospedaliera, sottolineando come l’istanza presentata per ottenere gli indennizzi fosse stata presentata tempestivamente, in quanto, “il termine di 3 anni, decorre da quando si viene a conoscenza della causa del contagio, e non prima”.

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