La condotta corretta, che non è stata attuata, sarebbe stata quella di trasferire immediatamente il paziente presso una struttura ospedaliera adeguatamente attrezzata (Tribunale di Rimini, Sentenza n. 734/2020 del 11 novembre 2020)

Un uomo a seguito di trattamenti sanitari ricevuti, previo esperimento di ATP, citava a giudizio l’azienda sanitaria onde sentirne dichiarare la responsabilità con condanna al risarcimento dei danni quantificati nella somma di euro 403.719,00. L’attore espone che nel 2008 subiva un trauma da schiacciamento della mano destra mentre stava lavorando ad una macchina impastatrice.

Veniva accompagnato dai colleghi al pronto soccorso dell’Ospedale di Cattolica e da lì trasferito in ambulanza presso l’Ospedale di Riccione dove gli venivano riscontrate fratture multiple scomposte al I – II – III e IV metacarpo e frattura scomposta al terzo distale del radio. Veniva, quindi, sottoposto a riduzione incruenta delle fratture dell’avambraccio e a sutura delle ferite lacerocontuse presenti e ricoverato nel reparto di ortopedia, in previsione di un intervento chirurgico da effettuare il giorno seguente.

Nella notte sopraggiungevano dolori acuti al polso e alla mano infortunati e nella cartella clinica venivano evidenziate ” dita cianotiche, fredde, insensibili al tatto “. La mattina successiva veniva sottoposto ad anestesia generale in vista dell’intervento chirurgico, ma poiché i medici ritenevano necessaria l’esecuzione di una arteriografia veniva trasferito ancora intubato all’Ospedale di Rimini per eseguire l’esame.

In tale sede, i medici accertavano la presenza di “interruzione delle arterie radiale e ulnare a livello del focolaio di frattura distale… ” e disponevano il trasferimento in ambulanza del paziente presso il Policlinico di Modena,  dove giungeva verso le ore 18.00 e veniva operato d’urgenza.

All’esito dell’intervento veniva riscontrata una soddisfacente vascolarizzazione della mano e delle dita. Successivamente, nel 2010 l’uomo si sottoponeva a ulteriore intervento per “rigidità dita lunghe mano destra in esiti di grave trauma da schiacciamento “.

Tuttavia, l’uomo lamentava gravi postumi permanenti imputabili alla condotta dei medici che avrebbero atteso troppo tempo per eseguire l’intervento chirurgico, trasferendolo alla struttura sanitaria inadeguata di Riccione, senza riscontrare la presenza di lesioni vascolari con conseguente ritardo del relativo trattamento.

Si costituisce in giudizio la Struttura eccependo la correttezza dell’operato dei Medici e sottolineando che non poteva essere imputato al personale Medico l’intero danno, senza considerare quella parte di lesione comunque conseguente al sinistro.

Inoltre, la convenuta eccepisce il difetto di legittimazione attiva dell’attore, cui l’INAIL ha già liquidato un indennizzo corrispondente ad un danno biologico del 54% , da considerarsi comprensivo anche dell’eventuale danno differenziale iatrogeno.

La causa viene istruita mediante l’acquisizione del fascicolo dell’ATP e della documentazione Inail.

Preliminarmente il Tribunale svolge una panoramica inerente l’inquadramento giuridico della responsabilità sanitaria a seguito degli interventi riformatori del decreto Balduzzi e della legge Gelli-Bianco.

All’esito, considerando che i fatti risalgono all’anno 2008,  fa riferimento alla responsabilità di natura contrattuale da contatto sociale.

In tale ottica, rimane  a carico del debitore dimostrare o che l’inadempimento contestato non vi è stato, ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante.

L’attore danneggiato è, dunque, esonerato dal provare la negligenza del sanitario, potendosi limitare ad allegare condotte imperite attive od omissive del medico.

Ciò posto, la CTU svolta in Accertamento Preventivo ha riferito che “la sindrome compartimentale si sviluppa quando la pressione all’interno di un compartimento miofasciale crea una ischemia, talché i segni clinici predominanti sono la sussistenza di un arto particolarmente dolente, edematoso, tumido, mentre la scomparsa del polso arterioso avviene tardivamente ad ormai sindrome innescata. La sindrome compartimentale acuta rappresenta un’emergenza medica, solitamente causata da un grave trauma, tanto che se non trattata tempestivamente può portare ad un danno muscolare e nervoso permanente. (…) Per quanto concerne il trattamento, vari Studi Scientifici affermano l’importanza, in caso di severe o complesse lesioni vascolari, di ammissione immediata ad una struttura specialistica di chirurgia della mano oltre che un tempestivo intervento di ripristino vascolare e di decompressione anatomica locale “.

Ed ancora, “il paziente giungeva al Pronto Soccorso di Cattolica prima e di Riccione poi con diagnosi di grave schiacciamento artuale, già indicativo di probabili lesioni vascolari (cfr. Verbale di Pronto Soccorso di Riccione). Vennero inoltre riscontrati segni clinici indicativi di sindrome compartimentale “reattiva” (…) a far data 12 marzo 2008, ore 04,00, senza che venissero richieste (in urgenza) specifici approfondimenti strumentali, come ad es. eco -doppler di conferma ecc. In altri e più precisi termini, tutti gli elementi circostanziali e clinico -strumentali già disponibili nelle prime 15 ore dall’evento traumatico avrebbero permesso con adeguata diligenza di diagnosticare la grave lesione arteriosa locale, di per sé responsabile in via esclusiva della sindrome compartimentale relativa, chiaramente evidente nell’immediatezza dell’evento traumatico. Si è peraltro già chiarito dal punto di vista bibliografico come la tempestività terapeutica sia determinante per la cura quanto più ottimale di patologie consimili, essendo del tutto pacifico che i tessuti molli e vascolari regionali subiscono una necrosi ischemica (per lo più da compressione ab estrinseco) nell’arco di 6 -8 ore dall’insulto traumatico, producendo danni anatomici aggiuntivi a quelli di stretta pertinenza traumatica ossea. Nel caso di specie, invece, la condotta dei vari Specialisti coinvolti (del Pronto Soccorso di Cattolica, Riccione e da ultimo di quello di Rimini) si caratterizzò per un inadeguato e intempestivo approccio strumentale che permise, in concreto, una (ritardata) diagnosi solo alle 15.32 del 12 marzo 2008, ovvero dopo circa 24 ore dal fatto traumatizzante. A quanto sopra, inoltre, è da aggiungere l’ulteriore tempistica necessaria al trasferimento presso il Centro di Chirurgia della Mano di Modena, ove il paziente giunse in condizioni critiche artuali solo a distanza di circa 30 ore dal trauma”.

Già dalla descrizione degli eventi -sottolinea il Tribunale-, appare evidente il colpevole ritardo nell ‘individuazione del corretto percorso terapeutico da parte dei Medici.

Il paziente aveva subito un grave trauma da schiacciamento della mano destra, evento che – come precisato dal CTU – era già indicativo di probabili lesioni vascolari.

Malgrado ciò, al suo ingresso al Pronto Soccorso di Riccione non è stato sottoposto ad alcun accertamento strumentale , che potesse verificare l’effettiva presenza di tali lesioni, né ciò è avvenuto dopo la comparsa di sintomi specifici, nella notte dopo l’infortunio (“dita cianotiche, fredde, insensibili a tatto “).

La condotta corretta sarebbe stata invece quella di trasferirlo il prima possibile in una struttura maggiormente attrezzata dell’Ospedale di Riccione, invece il paziente veniva trasferito a Rimini 24 ore dopo l’infortunio.

Se tale condotta fosse stata tenuta, la diagnosi della lesione vascolare sarebbe verosimilmente avvenuta ancora nel pomeriggio dell’11 marzo, a poche ore dall’evento traumatico , e il paziente avrebbe potuto essere operato presso il Policlinico di Modena già nella tarda serata dell’11 marzo, o al più tardi nella mattina del 12 marzo, comunque con notevole anticipo rispetto a quanto avvenuto.

In definitiva, la prolungata sottovalutazione del quadro clinico del paziente ha inciso negativamente sulla possibilità di guarigione dei tessuti, determinando postumi permanenti maggiori di quelli che si sarebbero potuti attendere in caso di intervento tempestivo.

Inoltre, secondo quanto affermato dal CTU, i trattamenti a cui il paziente è stato sottoposto dovevano considerarsi routinari in relazione alla specializzazione dei medici coinvolti nonché delle disponibilità diagnostico -strumentali della struttura di Rimini, e, pertanto, non può trovare applicazione la limitazione della responsabilità alle sole ipotesi di dolo o colpa grave, prevista dall’art. 2236 c.c. nel caso di risoluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà.

Il CTU ha valutato: “un danno biologico permanente complessivo pari al 50%, di cui un 12% ( identificabile nell’intervallo compreso tra il 38% e il 50%) ascrivibile alla incongrua condotta diagnostica terapeutica”.

Il Tribunale procede alla quantificazione del danno attraverso il criterio differenziale calcolato sui valori monetari, dovendosi escludere quei postumi che si sarebbero comunque manifestati, anche in assenza dell’errore medico.

Il danno iatrogeno viene quantificato, sulla base delle conclusioni raggi unte dalla CTU, nella differenza tra il danno da invalidità permanente nella misura dell’ 50 %, pari al danno effettivamente residuato, e il danno da invalidità permanente che sarebbe comunque residuata in assenza di colpa dei medici, individuata dal CTU nel la misura del 38 %.

Viene, inoltre, riconosciuta la  personalizzazione della liquidazione, nella misura del 20% sull’importo riconosciuto a titolo di risarcimento del danno biologico permanente, in considerazione delle ripercussioni subite dal paziente.

Difatti, le prove testimoniali hanno consentito di accertare che il paziente ha dovuto rinunciare a molte delle sue passioni, quali la pratica della palestra, della bicicletta, del beach volley in estate, la riparazione di moto e motorini. Egli, inoltre, ha visto un significativo peggioramento anche della propria vita di relazione, atteso che il sentimento di vergogna per le menomazioni riportate lo porta ad evitare molte attività di svago che prima svolgeva volentieri, come per esempio andare in spiaggia (dove sarebbe costretto a mostrare le cicatrici presenti sul braccio infortunato) o a cena fuori.

Viene, invece, respinto l’invocato danno da lesione alla capacità lavorativa specifica, in quanto il danneggiato non ha dimostrato la diminuzione dei propri redditi da lavoro in conseguenza dell’evento dannoso.

In conclusione, il Tribunale riconosce che al danneggiato l’Inail ha già corrisposto l’importo di euro 665.656,37, liquida l’importo residuo di euro 142.991,47.

Le spese di lite  e quelle di ATP vengono poste nella misura di 2/3 in capo ai convenuti e nella misura di 1/3 in capo al danneggiato in considerazione della somma liquidata nettamente inferiore alla domanda.

Ineccepibile la decisione a commento nell’aspetto della disamina e liquidazione del danno.

Egualmente dicasi per l’inquadramento del titolo di responsabilità nell’alveo contrattuale da contatto sociale essendo i fatti di causa anteriori alla data di entrata in vigore della legge Gelli-Bianco, non possono ritenersi regolari dalla suddetta legge.

Appare, invece, un po’ ermetico il passaggio del Tribunale  sulla circostanza che il danneggiato, nell’ottica della responsabilità contrattuale, sarebbe “ esonerato dal provare la negligenza del sanitario, potendosi limitare ad allegare condotte imperite attive od omissive del medico”.

Parimenti ermetico il passaggio motivazionale che discorre di “orientamento maggioritario che inquadrerebbe comunque, anche a seguito delle novelle, la responsabilità di medico e struttura nell’alveo contrattuale da contatto sociale.”

Avv. Emanuela Foligno

Hai vissuto una situazione simile? Scrivi per una consulenza gratuita a malasanita@responsabilecivile.it o invia un sms, anche vocale, al numero WhatsApp 3927945623

Leggi anche:

Responsabilità medica: errore nel dosaggio, esclusa la colpa lieve

LASCIA UN COMMENTO O RACCONTACI LA TUA STORIA

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui