Integra il reato di truffa la condotta di chi si accredita su un sito internet e pone in vendita un bene, ricevendone il corrispettivo senza procedere alla consegna

La vicenda

Il Tribunale di Urbino aveva condannato l’imputato alla pena ritenuta di giustizia in relazione al reato di truffa poiché con artifizi e raggiri consistiti nell’apparente offerta di vendita sul sito internet di una calcolatrice grafica, aveva indotto la persona offesa a versargli la somma di Euro 156,23 mediante ricarica di una carta Postepay, così procurandosi l’ingiusto profitto, pari al prezzo del bene, senza mai consegnarlo all’acquirente.

Nell’aprile del 2019 la Corte d’appello di Ancona, in riforma della sentenza di condanna, lo assolveva dal reato ascritto perché il fatto non sussiste.

L’insussistenza del delitto contestato per i giudici della Corte territoriale emergeva ictu oculi dalla stessa lettura del capo d’imputazione, ove era descritta soltanto la messa in vendita del prodotto online, “senza specificare alcunché sulla circostanza – non accertata – dell’indisponibilità da parte dell’imputato della calcolatrice grafica nè in ordine a circostanze eventualmente dirette a sorprendere l’altrui buona fede diverse dalla semplice offerta di vendita via internet del bene”.

Il ricorso del Procuratore Generale

Contro la citata sentenza della corte marchigiana ha proposto ricorso per cassazione il Procuratore generale presso la corte d’appello, lamentando l’inosservanza o l’erronea applicazione dell’art. 640 c.p., avendo il giudice di secondo grado illegittimamente escluso che la messa in vendita su un sito internet di un bene, non consegnato all’acquirente nonostante il versamento del corrispettivo, non integri gli elementi costitutivi del reato di truffa.

La Seconda Sezione Penale della Cassazione (sentenza n. 51551/2019) ha accolto il ricorso perché fondato. Al riguardo i giudici della Suprema Corte hanno già affermato che “in materia di truffa contrattuale, il mancato rispetto da parte di uno dei contraenti delle modalità di esecuzione del contratto, rispetto a quelle inizialmente concordate con l’altra parte, con condotte artificiose idonee a generare un danno con correlativo ingiusto profitto, integra l’elemento degli artifici e raggiri richiesti per la sussistenza del reato di cui all’art. 640 c.p.

Il reato di truffa

Ed invero, l’elemento, che imprime al fatto dell’inadempienza il carattere di reato, è costituito dal dolo iniziale, che, influendo sulla volontà negoziale di uno dei due contraenti – determinandolo alla stipulazione del contratto in virtù di artifici e raggiri e, quindi, falsandone il processo volitivo rivela nel contratto la sua intima natura di finalità ingannatoria” (Sez. 2, n. 5801 dell’8/11/2013).

In quest’ottica la Cassazione ha già ravvisato la condotta fraudolenta prevista dall’art. 640 c.p. in quella di chi si accredita sul sito “ebay” e pone in vendita un bene, ricevendone il corrispettivo senza procedere alla consegna di esso; condotte rispetto alle quali sono state valutate indizianti della truffa sia la cancellazione dell’”account”, successiva alla conclusione della transazione, che la reiterazione di fatti analoghi da parte dello stesso ricorrente (Sez. 6, n. 10136 del 17/02/2015,; Sez. 2, n. 43660 del 19/7/2016).

Di tali principi di diritto non aveva fatto corretta applicazione la Corte territoriale che aveva assolto l’imputato, ritenendo non integrato il delitto di truffa.

Ma la sentenza è stata annullata con rinvio alla Corte d’appello di Perugia che ora dovrà attenersi al seguente principio di diritto: “la messa in vendita di un bene su un sito internet, accompagnata dalla mancata consegna del bene stesso all’acquirente e posta in essere da parte di chi falsamente si presenta come alienante ma ha solo il proposito di indurre la controparte a versare una somma di denaro e a conseguire, quindi, un profitto ingiusto, integra una condotta truffaldina”.

La redazione giuridica

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